Scusate. Ma mi sembra una cosa proprio banale. L’Istat ha inserito nei calcoli del Pil del nostro malandato Paese anche l’economia illegale e si è scoperto che questi loschi traffici fruttano 15,5 miliardi, un punto percentuale del nostro Prodotto interno lordo. Di questo tesoretto 10,5 miliardi provengono dal traffico di sostanze stupefacenti, 3,5 dalla prostituzione e 0.3 dal contrabbando di sigarette. Queste nuove fonti di ricchezza hanno contribuito a far crescere le percentuali del Pil oltre ogni previsione: il 3,7% in più rispetto al precedente calcolo. Si ha gioco facile a ironizzare sul fatto che la balorda economia italiana vada a troie. La scelta dell’Istat è opinabile e le polemiche sono state molte. C’è qualcosa che non va se tutti questi soldi si muovono nel cono d’ombra dell’illegalità. Non c’è dubbio. È un problema. Ma questi dati spingono anche a un’altra riflessione, quella banale di cui vi parlavo prima. Se la prostituzione ha un giro economico così florido non sarebbe il caso di regolarizzarla, normarla, tassarla e dunque renderla totalmente legale? Altrimenti cercare di stroncarla. Questa scelta cerchiobottista ci restituisce, ancora una volta, l’immagine di uno Stato pusillanime e arrendevole. Che non ha la forza di sradicare un determinato atteggiamento ma neppure di normarlo, senza tuttavia schifarne le ricadute economiche. Non vi sembra un’esercizio di intollerabile ipocrisia inserire ufficialmente nel Pil il denaro della prostituzione e poi mettere alla gogna puttane e puttanieri?

Ps.

Un discorso in parte simile, lo si potrebbe fare anche sulle droghe leggere, ma mi pare che in quel senso qualcosa si stia muovendo.

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