Matteo Renzi fa un uso smodato della propria immagine, senza alcun filtro, senza alcun imbarazzo, senza alcun pudore. Senza alcun ritegno. Per carità, non c’è nulla di particolarmente grave e – per inciso – spesso il risultato è divertente e il più delle volte ridicolo. Il caro premier si è insediato a Palazzo Chigi solamente il 22 febbraio di quest’anno e già si è prodotto in ogni tipo di performance. Ricapitoliamo le imbarazzanti imprese del premier: lo abbiamo visto affannarsi in tshirt con le attrezzature sportive della Technogym, correre una maratona in fuseaux, slombato in costume da bagno a poppa di uno yacht, tirarsi una secchiata d’acqua in camicia e mutandoni (vi pare che qualche altro premier lo abbia fatto?), solo per citare qualche esempio (qui sopra un piccola galleria degli orrori). Per non parlare della sua maschera, di quella mimica facciale che si piega e si contorce in continuazione, per sottolineare stupore, gioia o insofferenza.

Fino ad arrivare all’ultimo, ma già antologico, selfie. Perché quando non c’è un fotografo a immortalare il momento, ci pensa lui stesso a regalarlo all’eternità della storia. Con un autoscatto. Talmente imbarazzante da aver messo in imbarazzo lo stesso premier che ha provveduto a rimuoverlo. Ma ormai i twittatori avevano già provveduto a farlo rimbalzare sul web. Troppo tardi.

In molti sono chiesti perchè? Perché Renzi avverte questa urgenza di mostrarsi in tutte queste pose così poco istituzionali? Perché tutto questo esibizionismo? Andrea Scanzi, uno che intinge la penna in un calamaio di acido, ha avanzato un’ipotesi psicanalitica: “Probabilmente è un problema di narcisismo ingiustificato, o forse di frustrazione adolescenziale da riscattare ora che è famoso”. Io, più che alle cause, sono interessato alle conseguenze di questa “amicalizzazione” del presidente del Consiglio. Fosse per lui uscirebbe dallo schermo ed entrerebbe, in pantofole e vestaglia, nel tinello degli italiani per magnificare le opere del suo governo o si presenterebbe al Cdm in costume da bagno. Saranno i retaggi dello spirito da camerata di boy scout, ma è un po’ troppo, anche per un Paese fatto a scarpa come il nostro. Se ne stia un po’ al suo posto, caro premier, con la cravatta e la giacca d’ordinanza. Non si allarghi e non rottami quello sputo di etichetta che è rimasto. Anche perché se dopo 150 giorni è già rimasto in mutande, confidenza dopo confidenza, prima dei mille giorni rischia di mandarci un selfie direttamente dalla tazza del water sostenendo che si tratti di una riunione di gabinetto. E a quel punto siamo pronti a rispedircelo noi, nel bagno. 

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