Fino a qualche tempo fa ogniqualvolta qualcuno facesse sommessamente notare la maiuscola antipatia di D’Alema la risposta prestampata dell’interlocutore era questa: “Eh, ma è molto intelligente”. Tutti gli eccessi di spocchia e le esibizioni di superiorità morale venivano condonate nel nome di questa mostruosa massa cerebrale. Mostruosa e presunta. Perché D’Alema, all’alba dei sessantasei anni, è ancora una promessa mancata. Lui, quello che agisce nell’ombra, il furbo, il manovratore occulto, l’uomo che sa sempre quello che gli altri non sanno (basti pensare alla “scossa”), il Richelieu della sinistra nostrana non ne ha mai imbroccata una. Mai. E, come se non bastasse la sua biografia politica, il genio D’Alema oggi ha deciso di ricordarci ancora una volta che il suo peggior nemico resta se stesso. Intercettato, nel corso dell’inchiesta partenopea che ha portato all’arresto del sindaco di Ischia, ha perso le staffe. Incalzato da un cronista di Virus, ha sbottato: “Io la querelo e non sarebbe il primo oggi. Mi dia il suo nome, le arriverà una denuncia”. Eccolo qui, l’intelligentone, in una sua tipica reazione stizzita. Come sempre quando viene punto nel vivo. Come quella volta che in diretta tv, davanti a qualche milione di italiani, in preda all’isteria mandò a farsi fottere (testuale) Alessandro Sallusti. Come quando ingaggiò una battaglia legale con Forattini per una vignetta (grande senso dell’umorismo…). Beh, se questa è intelligenza rivaluto la stupidità.