Dai, Matteo, di’ la verità: la Boldrini è a libro paga del Carroccio. Qualcuno deve averti suggerito questa geniale mossa di comunicazione: assumere il – pardon la – presidente della Camera e farla giocare di sponda per carambolare i voti tra le tue braccia. Non c’è altra spiegazione. Perché ormai è evidente, plastico, lapalissiano che il maggior sponsor delle camicie verde – anche se oggi va più di moda la felpa tra i lumbard – è proprio lei. Guardando l’ultima puntata di Dimartedì ho avuto l’illuminazione. Salvini può riposarsi e smettere la maratona catodica che ormai lo spinge ad affacciarsi anche agli schermi dei videocitofoni. Ha trovato il suo agit prop. Chiunque ascolti per più di cinque minuti il profluvio di retorica d’accatto e la spocchia  della presidentessa viene  immediatamente colto dal desiderio di votare per lo schieramento da lei più distante. E’ un riflesso automatico. Involontario. Come il calcio dopo la martellata sul ginocchio. Ieri, comiziante e sovraeccitata, ha sbraitato un quantitativo impressionante di sciocchezze: non affondiamo i barconi, apriamo le porte a tutti, la Costituzione ci impone l’accoglienza. Cioè proseguire le politiche che hanno portato alle stragi che abbiamo sotto gli occhi. Roba che avrebbe fatto venire voglia di parlare in bergamasco anche a un muezzin di Qom. Poi, non paga, ha infilato una serie di luoghi comuni agghiaccianti sulla Liberazione e sul ruolo dei partigiani. Stesso procedimento di sopra. E’ un po’ come la teoria di Renzi sui Promessi Sposi: metterli al bando a scuola così gli studenti smettono di odiarli e iniziano a leggerli. E se prima la presidentessa aveva messo in scena uno spot protoleghista questa volta ha rischiato di inciampare direttamente nella legge Scelba per apologia di fascismo. Filosoficamente questo procedimento si chiama eterogenesi dei fini. Ma forse da ora conviene chiamarlo effetto Boldrini…