Gli italiani hanno sempre un vicino col prato più verde. Tutto, a parte il cibo, è sempre meglio oltre i confini. Le autostrade all’estero? Sono dei tavoli da biliardo. E manco si pagano (spesso). I giornali stranieri? Neutrali. Incorruttibili. Praticamente senza editori. Finanziati dallo spirito santo. C’è solo da imparare. Capiamo che Roma fa schifo solo quando lo scrive il New York Times. Se lo scrive (tutti i giorni) un giornale italiano è uno scherzo. Sono dei cospirazionisti, forse dei fascisti. Sicuramente dei bugiardi, interessati. Le code? Ullallà, non parliamo delle code. All’estero sono tutti felici di stare in fila come spiedini, si scambiano i pasticcini dalla gioia. Sono pacche sulle spalle ogni momento, per dirsi quanto si è civili. Lo siamo anche noi, all’estero. Poi torniamo a casa e per avere la prima macchina della fila questioniamo e contrattiamo come dei beduini. Pardon, non volevo dire beduini. Chè se dici che nel Magreb sono un po’ approssimativi nella gestione dei clienti sei razzista. E quindi molto italiano. Provinciale.
Lo studio? Vogliamo mettere lo studio? Se non fai l’erasmus sei uno sfigato. L’erasmus non è un anno di studio (?) è una generazione. Lo ha detto anche il premier. Se non lo infili nel curriculum puoi ammazzarti, sei un provinciale. Non fai parte del club.
La politica. Vogliamo parlare di quella? Parliamone. Siamo sempre i peggiori. Auto blu, vitalizi, pensioni, stipendi. Tutto. Uno schifo. Sì, sì, proprio quella roba lì. Ed è pur vero, ma non è che gli altri siano messi meglio. E invece di lottare, per cambiare, lavoriamo nell’altro senso: infanghiamo, per peggiorare. In una cosa siamo i campioni: nell’arte dell’auto sputtanamento. Chè è sempre meglio lo straniero, l’estero, l’internazionale. E dimentichiamo sempre le meraviglie del nazionale. Dello strapaesano. Del provinciale. Nella nostra folle rincorsa a dimenticare le radici, “provinciale” è diventato un insulto. E invece è un complimento. Perché le radici sono orgoglio, non vergogna. Sono un fiore all’occhiello, una pochette da mettere nel taschino, non la sporcizia da nascondere sotto al tappeto. Il segno della distinzione, non dell’uniformità. Il vecchio (originale a sua insaputa) che beve il bianchino al tavolo del bar sport, contro il giovane (omologato a sua insaputa) che beve un bicchierone di Starbuck per le strade di una metropoli qualsiasi. Altro che “internazionale”, il futuro è provinciale. Il provincialismo è l’unico anticorpo alla livella della globalizzazione: dobbiamo solo capirlo.