Più volte, in questo blog, ho manifestato il mio sdegno nei confronti dei vari “No qualcosa”. Non perché non ci si possa ribellare e non si possa manifestare il proprio dissenso – chi dice Signornò mi sta sempre antropologicamente simpatico – ma per il modo cretino con cui lo fanno. Sfasciare una città, in branco, peraltro senza ottenerne nessun vantaggio, non è un gesto politico. È un gesto psichiatrico. Da manicomio. Chiamare “no global” questi cretini è un torto nei confronti di tutti quelli che hanno criticato più volte le storture della globalizzazione.
Questi sono solo dei disadattati. Dei frustrati che scaricano la loro rabbia – tutti insieme, protetti dall’anonimato della massa – distruggendo città, spaccando vetrine (di commercianti con la cartella di Equitalia da pagare), malmenando poliziotti e magari distruggendo l’automobile che un povero cristo qualunque sta cercando di pagarsi a rate. Li abbiamo visti in azione tante volte: dal G8 di Genova all’inaugurazione di Expo di pochi mesi fa a Milano. C’è sempre qualcuno che li giustifica: sono giovani, incompresi, figli delle periferie e delle emarginazioni (anche se spesso sono figli della alta borghesia con le terga ben riparate), non trovano lavoro, è una generazione difficile, è colpa del sistema e della società. Non c’è una giustificazione: un cretino che devasta una città è solo un cretino che devasta una città. Un delinquente. E come tale deve essere arrestato. Non si capisce perché se uno evade il fisco è un reietto schifoso che deve marcire in galera, e se uno prende a sassate un poliziotto o devasta un negozio è un neo rivoluzionario che combatte per il sol dell’avvenire. Perché c’è sempre, nemmeno troppo velatamente, una certa complicità nei loro confronti: da parte della politica, della società civile (ogni volta che scrivo questo termine devo prendere un antiemetico) e di una parte degli intellettuali. Spesso sono vecchi male invecchiati, che rivedono in ogni forma di casino i fasti di una gioventù così rivoluzionaria da averli portati direttamente dalle piazze e dai cortei nei palazzi del potere e nei salotti buoni.

Ora il circo dei disadattati si è spostato a Parigi. Dove un gruppo di sedicenti anti capitalisti ha fatto casino a Place de la Republique, lanciando contro le forze dell’ordine tutto quello che trovava sul suo cammino. Compresi gli oggetti in ricordo delle vittime della strage jihadiste del 13 novembre scorso. Fa piuttosto schifo, è evidente. Questi disgraziati che giocano a fare alla guerra, sono penosi in tempi di pace. Ma in tempi di guerra sono anche criminali. Perché prima o poi finiranno – magari involontariamente, magari no – per aiutare le frange terroristiche che stanno cercando di gettare l’Europa nel caos. In tempo di guerra – e questo, a suo modo, è un tempo di guerra parcellizzata, rarefatta, rateizzata – li avrebbero condannati per intelligenza col nemico. Visti i soggetti propongo un reato più blando: la demenza col nemico. Ma guai a sottovalutarli.

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