Non è un sentimento strisciante. Ormai è un vero e proprio pensiero che cammina sulle proprie gambe. A schiena dritta. Ma senza ancora avere il coraggio di chiamarsi col proprio nome. E’ la tentazione antidemocratica, il desiderio di fare a meno della masse, di archiviare il suffragio universale nell’archivio della storia. La democrazia sembra un abito passato di moda, di quelli che si mettono nelle campane della Caritas, che si spediscono al terzo mondo, dove – per necessità – non badano alle bizze delle tendenze. Non per niente, in quei posti, abbiamo anche provato ad esportarla, la democrazia.
L’esempio maiuscolo di questo pensiero senza padri – perché fino a oggi nessuno ha avuto al forza di intestarsene la paternità intellettuale – è stato lo shock post Brexit. L’incredulità davanti a una scelta elettorale di massa. La voglia di ribaltare il tavolo, bucare il pallone, truccare le carte, ricominciare tutto daccapo annullando il voto. Abbiamo letto analisi – frettolose e abborracciate – nelle quali venivano sostenute tesi che solo fino al giorno prima sarebbero sembrate pornografiche: hanno votato i vecchi, i contadini, gli ignoranti, gli abitanti delle periferie; c’è persino chi si è spinto a teorizzare un test di accesso al voto per scremare gli elettori. Il giovanilissimo Corriere della Sera – per citarne uno – ha parlato di “Decrepita alleanza”. Giorgio Napolitano ha definito un “azzardo sciagurato” la scelta di Cameron di indire un referendum sull’uscita dall’Europa. Beh, certo, Napolitano è un vecchio comunista che tifava Unione Sovietica, uno che da Presidente della Repubblica ha sempre dimostrato tutto il suo disprezzo per le elezioni. E di fatti ha sempre cercato di evitarle. Ma il problema è che il Napolitano-pensiero – che ovviamente non è una sua personale trovata – lo si trova pressoché ovunque tra i maggiorenti di questa Europa. Gli opinionisti dei quotidiani di moda rispolverano la parola élite. Ma in senso positivo. Le “elite” sarebbero le badanti delle masse istupidite, i burocrati di Bruxelles che ci vogliono traghettare verso un futuro luminoso e radioso. Nostro malgrado. E il messaggio è chiaro: non disturbare il conducente. E le elezioni, va da se, sono un disturbo. Una molestia. Un pericoloso rischio. Perché gli elettori hanno il vizio di fare quello che gli pare. E l’incertezza non piace a nessuno: né alla politica, tantomeno alla finanza.
Così l’insofferenza nei confronti dei partiti di cambiamento è esplosa in tutta la sua evidenza. Come un riflesso condizionato. Come il calcio che scatta dopo la martellata del medico sul ginocchio. La nomination di Trump, il successo della Brexit, la vittoria alle amministrative dei Cinque Stelle, la scalata delle destre in Francia e Austria hanno teso fino allo spasmo i nervi delle “elite”.
D’altronde noi italiani siamo stati precursori. Qui da noi, con il disarcionamento di Berlusconi, è andato in onda il trailer di quello che poi sarebbe successo su più ampia scala. L’Italia è stata a suo modo – e suo malgrado – un laboratorio di questa pulsione antipopolare e antidemocratica.
Il problema è che questo desiderio di mettere in disparte la volontà popolare funziona, attecchisce e fa proseliti. Commentatori e opinionisti radical si sono silenziosamente e perfettamente sistemati sulle posizioni delle elite, con il sincronismo degno di un balletto nelle torbide acque dell’opportunismo. L’idea di un governo di tecnoburocrati slacciati dal popolo piace. Piace ai burocrati prima di tutto, a una certa finanza ed è tacitamente assecondato da una sinistra sempre più aristocraticamente schizzinosa nei confronti degli elettori.
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