C1C8337C-6B24-45BB-AFA9-49C8BEC7A8D2Basta pensare a Luigi Di Maio e poi a Chiara Ferragni (pensiero certamente più piacevole e delicato del primo) per capire che il reddito di cittadinanza e il controllo del suo utilizzo sono una stupidaggine sesquipedale. Dunque, con i 780 euro statali si possono fare solo spese morali. E già qui ci incagliamo nel primo scoglio: cosa è morale e cosa non lo è? Un dibattito col quale si potrebbero riempire scaffali interi con tomi di filosofia. Troppo complicato. Meglio lasciar stare. Diciamo che quel danaro potrà essere impiegato per acquistare beni di prima necessità. Cosa è primario e cosa non lo è? E si entra nel campo del soggettivo. Del personale. Del privato. Anche se parliamo di soldi pubblici. E si sente subito soffiare il vento gelido del socialismo reale e della pianificazione quinquennale.

Per me, ad esempio, le sigarette sono un genere di prima necessità. Posso rimanere senza pane, ma non senza un pacchetto di bionde. È immorale? Probabilmente sì – essendo il fumo un vizio – e non solo, innesca anche un cortocircuito: uso la paghetta dello Stato per comprare un prodotto che danneggia la mia salute, salute che poi sarà curata coi soldi del medesimo Stato. Stato che spaccia le sigarette che consiglia di non fumare… ma questo è un altro discorso che abbiamo già fatto molte volte.

Torniamo a Di Maio. Ho avuto una visione: il vicepremier va al supermercato. D’altronde è il governo del popolo e quindi ci sta che lui, come una persona qualunque, vada a fare la spesa. È al governo ma mica ha la governante. Ovviamente un discount. Spesa minima, trasparente e assolutamente rendicontata. Solo sottomarche, niente multinazionali, al bando la Nestlè, figurarsi la Coca Cola che poi Di Battista s’incazza. Per scegliere il tipo di pane fa un velocissimo referendum su Rousseau. Poi riempie il cestino e mestamente – ma sempre sorridendo a non si sa cosa – attraverso il reparto bibite cerca di raggiungere la cassa. Si blocca. Davanti a lui c’è una ventenne che sta comprando sei bottiglie di acqua Evian firmata da Chiara Ferragni. Otto euro cadauna. La ragazza riconosce il ministro dello Sviluppo economico e si precipita verso di lui mulinando in aria un IPhone: “un selfieeeeeeeeeeeeeee”, bercia tra i capitoni surgelati. Lui annuisce e lei scatta: “Grazie, lei è veramente un ministro del popolo. Con il reddito di cittadinanza mi ha cambiato la vita”. Il sorriso plastico si inarca in una smorfia di disperazione. Ma come? Io a questi gli do 780 euro e loro si comprano l’acqua delle Ferragni? Se avesse le manette dietro – non è escluso le porti sempre con se – la arresterebbe subito, sei anni in cella per alta immoralità. Con otto euro ci paghi ettolitri di acqua del rubinetto. “Epperó – riflette meditabondo Gigino – l’acqua è un bene di prima necessità. Dopo tre giorni senza acqua un uomo muore. Ma se metto fuori dal reddito l’acqua della Ferragni dovrò mettere anche quella di Colonia perché altrimenti questa Colonia si offende? Come si fa? Sarà morale o no? – si chiede osservando perplesso le centinaia di bottiglie meticolosamente impilate sugli scaffali – Tra l’altro siamo composti al 90 per cento di acqua. Ah no, questa è una delle mie stronzate, meglio star zitti che Rocco (Casalino, ndr) mi sgrida”. Nell’acqua di Chiara Ferragni – creatura del web esattamente come Di Maio – possiamo inserire la cartina di tornasole del reddito di cittadinanza per ottenere un risultato inequivocabile: quei soldi saranno in buona parte sputtanati. Perché è difficile controllarne il flusso. Ma sopratutto è impossibile che lo stato decida, per decreto, cosa è immorale e cosa no.

 

Ps. C’è già qualche stupido che ha fatto un esposto alle fiamme gialle sul costo dell’acqua della Ferragni. Per fortuna che ormai il reato è prescritto, altrimenti arresterebbero gli eredi di Piero Manzoni per la celeberrima “merda d’artista”.