Non vedo segnali distensivi da parte del mondo politico nei confronti delle imprese. La linea è la stessa da più di quaranta anni. Sono cambiati i governi ma il denominatore comune è sempre stato uno solo: disinteresse verso chi crea lavoro. Berlusconi, Renzi, Letta, Prodi e tutti gli altri non hanno mai fatto dei passi importanti in tal senso e chi per una ragione o chi per un’altra ha ottenuto il risultato di aggravare la situazione generale.  Si parla di riduzione della pressione fiscale, del costo del lavoro, miglioramento delle infrastrutture, accesso al credito e molte altre cose per carità importantissime ma che spesso restano solo degli slogan.

In tal senso propongo una riflessione diversa. Pur ammettendo che sia impensabile ridurre la tassazione o il costo del lavoro e modificare i contratti di lavoro, l’interesse politico verso le imprese dovrebbe essere di natura diversa ovvero di partnership. “La macchina Italia” dovrebbe imparare a servirsi delle imprese innovative perché grazie a loro potrebbe inaugurare un circolo vizioso efficiente. Lo scopo dello Stato, come avviene spesso altrove, dovrebbe essere di oleare sempre di più i propri meccanismi funzionali con investimenti mirati e non clientelari. Purtroppo avviene il contrario. Le amministrazioni rifiutano l’innovazione per mantenere equilibri che creano solo inefficienza e costi per gli Italiani. Il denominatore comune è sempre lo stesso: cambiare il meno possibile per non urtare i poteri forti e le solite note imprese cotte e decotte.

Detto questo, è evidente che lo Stato potrebbe in tempi brevissimi riattivare intere porzioni di economia, semplicemente diventando un interlocutore attento alle decine di migliaia di imprese in Italia che hanno soluzioni innovative, accumunate dall’obiettivo di migliorare la produttività. Non servono soldi per tutto questo, serve solo un bagno di umiltà da parte della classe politica.

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