L’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani di Italia, è ormai da diversi anni vittima di una brutta involuzione fondamentalista e – diciamolo pure – antidemocratica. Ultima dimostrazione ne sia la recente sostituzione ai vertici del Coordinamento regionale dell’Emilia Romagna di Ivano Artioli, Presidente della sezione di Ravenna, con Anna Cocchi, Presidente della sezione di Bologna. Motivazione ufficiale: la prescrizione statutaria che impone il coordinamento regionale venga affidato al Presidente della sezione del capoluogo di regione. Motivazione ufficiosa (anche se spesso a essere maliziosi ci si azzecca): il fatto che Artioli sia un sostenitore del sì alla riforma costituzionale del governo Renzi, mentre Cocchi – allineata con la linea politica dell’associazione – sia contraria a tale riforma. Ma al di là delle polemiche, un aspetto di questa vicenda sembra chiaramente assodato: che all’interno dell’ANPI – per usare le parole dello stesso Artioli – “il confronto sul Referendum è stato duro e aspro”.

Certo, l’ANPI di oggi ha ben poco che vedere con una associazione di partigiani – comunisti, socialisti, cattolici, liberali, azionisti – che si sono battuti per la liberazione dalla dittatura fascista. Assai lontani sono i tempi in cui al suo interno si discuteva sull’amnistia dell’allora Ministro di Grazia e giustizia Palmiro Togliatti che beneficiava i sostenitori del fascismo, al fine di voltare pagina e inaugurare una nuova storia per la nascente democrazia italiana. Una discussione in cui prevalse la linea dei partigiani che sostenevano di aver combattuto per la libertà di tutti, fascisti compresi. Oggi quel clima è definitivamente smarrito, mentre l’ANPI è sempre meno associazione di partigiani e sempre più lobby dell’antifascismo militante radicale, nelle mani di giovani di estrema sinistra che di antifascismo sanno ben poco e anziani compiacenti che assecondano quei giovani, in un gioco in cui la vuota retorica ha la meglio su un’analisi politica concretamente fondata sui valori della convivenza democratica.

Una cieca retorica dell’antifascismo militante, che spesso porta l’associazione a esprimere posizioni barricadiere più prossime all’antagonismo dei centri sociali che alla difesa delle regole dello stato di diritto. La vuota litania della “costituzione più bella del mondo” (che poi verrebbe da chiedersi: forse che le altre costituzioni democratiche facciano schifo? Ma chi l’ha detto? E perché? Sulla base di quali criteri?), dietro alla quale si cela una visione del compromesso democratico a senso unico e del tutto fuori dai tempi. Sono questi gli ingredienti ideologici fondamentali di un’associazione partigiani che sembra sempre più un’organizzazione settaria, anchilosata in difesa di una concezione conservatrice e a senso unico della democrazia, rispetto alla quale chiunque la pensi in maniera diversa è da mettere all’indice e stigmatizzare come nemico della libertà. E che si alimenta costantemente dell’eccezionalissimo morale tipico delle chiese più settarie, in virtù del quale ogni sua scelta sarebbe sempre e comunque giustificabile. Fino a generare paradossi come il fatto schierarsi nella battaglia referendaria sulla riforma costituzionale con Casa Pound e organizzazioni di estrema destra alle quali, in altri contesti, non si è ovviamente disposti a riconoscere il diritto all’esistenza.

L’ANPI come associazione di partigiani rappresentativa di quella comunità di donne e uomini che si sono battuti per la liberazione dal nazi-fascismo non esiste più. L’ANPI di coloro che si erano battuti per le libertà di tutti, fascisti compresi, è morta e defunta. Oggi al suo posto vi è una cricca talebana che si erge a difesa di una concezione paradossalmente anti-democratica della convivenza civile. Il rigore staliniano (purghe comprese) con cui persegue la linea politica contro la riforma costituzionale ne è soltanto l’ultimo conclamato esempio.

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