Il governo Conte è ormai in carica da più di due mesi. È proprio in questi giorni il Presidente del Consiglio dei ministri ha dato i suoi primi veri segni di vita. Finora considerato alla stregua di un semplice notaio del “contratto di governo”, con la conferenza stampa prima della pausa estiva e il video messaggio pubblicato su Facebook ha segnato un cambio di atteggiamento rispetto all’esercizio del suo ruolo istituzionale. Anche se la volontà di assumere finalmente una dimensione visibile non trova riscontro in una concreta espressione di indirizzo politico e di governo. La conferenza stampa è stata un’imbarazzante sequenza di “vedremo”, “approfondiremo”, “valuteremo” …. vuoto pneumatico allo stato puro. E il video messaggio su Facebook non è stato certo diverso. A parte la rivendicazione delle scelte sui migranti e del controverso decreto dignità (che sembra destinato a far collassare il mercato e le imprese, procurando disoccupazione invece che nuovi posti di lavoro), di Tav, Tap, Legge Fornero, vaccini non si è vista l’ombra.

Stando ai primi sessanta giorni, il cosiddetto “governo del cambiamento” si distingue per l’essere uno degli esecutivi più inattivi e insipienti della storia della Repubblica. Come scrive giustamente Adalberto Signore (il Giornale, 9 agosto 2018), di governi Conte ce ne sono almeno tre: quello sotto tutela del Quirinale, che ha per referenti il ministro dell’economia Tria e il ministro degli Esteri Moavero Milanesi; quello della Lega di Salvini; e quello dei 5 Stelle di Di Maio;  senza peraltro dimenticare che all’asse Salvini-Di Maio si contrappone una parte del movimento grillino che mal digerisce l’accondiscendenza di Di Maio verso alcune scelte di Salvini, soprattutto quelle più orientate a destra (immigrazione e politiche sicuritarie). Però questi tre governi in uno non sembrano affatto in grado di guidare il paese. E apprendere dal premier Conte che la Legge di Bilancio sarà la più ricca di aggettivi qualificativi che la storia repubblicana abbia mai conosciuto serve a ben poco, non certo a rassicurare cittadini, famiglie, imprese e osservatori internazionali.

La verità è che siamo nelle mani di due dioscuri, un cavaliere inesistente e un contratto di governo puramente spartitorio. E non si tratta certo della migliore alternativa possibile, per un paese come l’Italia che qualche problema urgente da risolvere ce l’ha.

I due dioscuri stanno mostrando tutto il pressappochismo di cui sono capaci. L’uno (Salvini), più balneare e dedito a una rinnovata forma di celudurismo da spiaggia (che a quattordici anni di distanza da quello originario può anche fare a meno della canottiera di bossiana memoria). L’altro (Di Maio) più elegante e azzimato, ispirato dalla pratica di una nuova versione dell’andreottismo, nella sua accezione più cinica e vuota del “potere logora chi non ce l’ha” (perché Andreotti qualche contenuto politico, almeno, lo aveva). Sospendiamo il giudizio, per quel che concerne Salvini, sulla politica dell’immigrazione, che al di là della chiusura dei porti è attesa al suo vero banco di prova in Europa per il prossimo autunno, quando si capirà meglio se e cosa potrebbe cambiare nelle scelte dell’Unione e dei suoi paesi membri rispetto a quote migranti ed emergenza rifugiati. Ma per il resto, anche Salvini non sembra brillare per strategia e intelligenza di governo. Non si può  governare soltanto con alzate di ingegno e improvvisazioni a effetto come quella contro genitore 1 e genitore 2 o la reintroduzione del servizio di leva obbligatorio. Così che ogni tanto si ha la sensazione che  al buon Salvini il potere abbia dato alla testa (come sta a dimostrare anche lo stallo creato sulla Presidenza RAI, quando è chiaro che – al di là delle sue capacità personali – la candidatura di Marcello Foa non gode del necessario consenso delle forze politiche). Di Maio, comunque, è ancora peggio. Non curante di ciò che accade nel mondo reale (ne è un esempio lampante il cosiddetto “decreto dignità”), si atteggia a leader politico e di governo dispensando ovvietà e giudizi quanto meno scontati. Principale preoccupazione di questo secondo Vice premier, infatti, è rassicurare gli italiani che ci sarà il cambiamento, senza curarsi minimamente dell’impatto che questa presunta palingenesi della realtà italiana potrebbe più in generale avere sul paese e sulla sua collocazione nel contesto internazionale. Ieri ha detto a chiare lettere che il governo Conte non è ricattabile dai mercati internazionali, perché non ha aziende da difendere come le aveva Berlusconi nel 2011.  Così dimostrando di aver letto la recente storia italiana su qualche edizione a fumetti, magari della Walt Disney.

Ai due dioscuri si associa  il prototipo del cavaliere inesistente: il professor Conte, persona educata, dai modi gentili, certamente più intelligente dei due suoi vice (anche se meno scafato politicamente), ma che ha il difetto di essere la prova provata di come la politica sia una professione, per dirla con Weber, un beruf, che al tempo stesso vuol dire anche vocazione. E di questi due fondamentali ingredienti dell’uomo politico di razza,  professionalità e vocazione, almeno in campo politico, il buon Conte non dispone. È come il coraggio per Don Abbondio, che come diceva giustamente il Manzoni, “se uno non ce l’ha, non se lo può dare”. Conte è uno splendido upper class every day man (non per origini ma per approdo sociale), che c’entra con la politica come i cavoli a merenda. Non è necessariamente un difetto, e nemmeno può essere considerato un demerito, però la politica (anche quando esercitata da figure tecniche, come sono stati Ciampi e Monti, nel recente passato repubblicano) è proprio un’altra cosa. Il fiorire nel linguaggio del premier di un’aggettivazione sempre molto articolata, ricercata, con l’ambiguità semantica necessaria per alimentare una forma di allusione tale da indurre a credere che si voglia non dire troppo esplicitamente qualcosa (quando il problema in questo caso èproprioche non si ha nulla da dire) ne è la prova più conclamata. E Conte, in questi frangenti, sembra lo studente che si illude di portare a spasso il professore facendogli credere di conoscere ciò su cui viene interrogato.

Ma due dioscuri è un cavaliere inesistente non bastavano a fare un vero “governo del cambiamento”. E allora ecco che c’è il “contratto di governo”, vero libro del Talmud del’esecutivo giallo verde. Un contratto che, nonostante le illustri consulenze mobilitate per la sua costruzione, non è nemmeno lontano parente di quello che in passato è ancora oggi ha tenuto e tiene insieme la Grosse Koalition tedesca. Perché in Germania è il risultato di una reale convergenza politico-programmatica su alcuni punti individuati come prioritari per l’azione di governo. In Italia si è rapidamente rappresentato (e ne danno dimostrazione quotidiana le discussioni aperte fra Lega e M5S sui diversi argomenti dell’agenda politica nazionale) come la giustapposizione di temi cari all’una e all’altra parte, prendendo la forma di una spartizione delle spoglie programmatiche (a me immigrati e sicurezza a te lavoro, imprese e infrastrutture), con corrispondente divisione del lavoro nella costruzione del consenso politico dei due partiti. E  nonostante i continui richiami agli Italiani, tale spartizione è tutto fuorché una piattaforma di governo nel loro interesse. E ce ne accorgeremo tutti quest’autunno, quando dai vaccini alla legge di bilancio, senza dimenticare le prime conseguenze pratiche del cosiddetto “decreto dignità”, il modo in cui Lega e M5S intenderebbero difendere gli interessi degli Italiani sarà sempre più oscuro è incomprensibile agli stessi protagonisti del governo.