Lunedì il Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, è intervenuto nell’Aula del Consiglio regionale con una lunga comunicazione volta a informare sulle vicende riguardanti le indagini in corso su di lui. In realtà, Fontana non ha affrontato solo questo argomento, ma ha fornito una ricostruzione puntuale di quanto accaduto nei mesi scorsi, nel pieno dell’emergenza da Covid-19 che ha colpito la regione da lui governata più di ogni altra realtà del nostro paese. La Lombardia è nell’occhio del ciclone per la gestione della pandemia e l’inchiesta sui camici e il materiale sanitario prodotto per la Regione dalla ditta di proprietà del cognato e della moglie del Governatore rappresenta soltanto l’ultima di una serie di indagini che stanno interessando la Giunta lombarda.

Ma veniamo ai fatti. In piena emergenza la Regione Lombardia, alla disperata ricerca di dispositivi di sicurezza individuale (camici, mascherine ecc.) si rivolge alle imprese della regione. All’appello risponde, fra le altre, l’azienda del cognato e della moglie di Fontana, il quale non si capisce bene se e quando venga informato di questa cosa (si dice che il 10 maggio ne sia informata la sua segreteria, anche se trattandosi di una domenica è piuttosto improbabile, quindi il Governatore ne sarà stato informato lunedì 11 o martedì 12; è inoltre alquanto singolare che debba venire a conoscenza del fatto dall’Assessore Cattaneo e non dalla moglie con cui vive … ma ciò non ci riguarda!).

Si tratta di una fornitura di qualche decina di migliaia di camici per poco più di mezzo milione di euro. Un’inchiesta giornalistica di Report mette sotto la lente di ingrandimento su quel contratto, negli stessi giorni in cui Fontana decide di parlarne con il cognato. Gli articoli della stampa riportano che l’iniziativa di Fontana segue e non precede l’avvio dell’inchiesta di Report; anche in questo caso ballano due o tre giorni (fra il 12 e il 15 maggio), ma non è che con i pressanti impegni che in quei giorni il Governatore si trovava ad affrontare per fronteggiare la pandemia dovesse proprio correre ad incontrare il cognato … quindi possiamo in buona fede immaginare che, al di là dell’inchiesta giornalistica, lo avrebbe comunque fatto.

Ad ogni modo sentito il cognato, lo convince su due piedi a trasformare la commessa in donazione. Probabilmente il cognato non avrà reagito molto bene, quel che però conta è che chiama e scrive un’email in Regione per comunicare lo storno della fattura (peraltro, già emessa … che straordinaria rapidità!), e lo fa talmente di corsa che la Regione ha finora soltanto accusato ricevuta di quella e-mail, senza aver ancora proceduto alla formalizzazione della donazione secondo le consuete procedure (tra l’altro, non si capisce nemmeno se abbia formalmente risposto alla proposta di donazione, perché – e dobbiamo saperlo – in Italia anche una donazione, se riguarda la Pubblica amministrazione, non è una cosa che si può fare su due piedi!).

Infine, a parziale risarcimento della perdita procurata, Fontana decide motu proprio di bonificare alla società del cognato 250 mila euro (circa la metà del compenso perso) da un conto di cui è intestatario in Svizzera. Un conto sul quale sono depositati più di cinque milioni di euro, risparmi di una vita della madre e del padre arrivati dalle Bahamas, dove erano originariamente collocati in due trust (un meccanismo di origini anglosassone, non proprio trasparente, per la gestione di fondi in rapporto strutturato con diversi beneficiari), successivamente sanati con voluntary disclosure per il fisco italiano. Valore e causale del bonifico (“camici”) sono così singolari da allertare Banca d’Italia rispetto alle ordinarie procedure di inchiesta per riciclaggio. Dell’attività di Banca d’Italia vengono informati i magistrati che già stavano indagando sul caso dei camici per altre ragioni. E Fontana finisce nell’occhio del ciclone con un’indagine che si fa sempre più articolata e complessa.

La vicenda, di per sé, sembrerebbe degna di un feuilleton, o di una telenovelas di quelle che ancora oggi vanno per la maggiore nelle serate del fine settimana delle reti Mediaset. Ed è in parte anche alimentata da dichiarazioni alquanto stravaganti del diretto interessato, che non ricorda esattamente quando fosse venuto a conoscenza della fornitura onerosa di camici da parte del cognato, si dice sorpreso del passaggio dei soldi dalle Bahamas (avendo sempre pensato fossero depositati a Lugano), afferma di non avere operato almeno dagli inizi degli anni ottanta sul conto svizzero dove si trovavano quei soldi (anche se poi si scopre che di movimenti, e pure per cifre consistenti, su quel conto in anni recenti ci sono stati), e non ricorda neppure di aver pagato all’Anac una multa di mille euro, per aver omesso di dichiararli nel suo stato patrimoniale del 2015, l’anno in cui i cinque milioni di euro depositati a Lugano vennero sanati.

Insomma, visto il modo maldestro in cui risponde ai rilievi che gli vengono mossi, c’è proprio da ritenere che Fontana si sia sempre comportato in perfetta buona fede. Anche perchè è poco plausibile pensare che un amministratore pubblico di esperienza e un professionista navigato come quale il Governatore della Lombardia è, con un passato ricco di importanti incarichi societari (Missoni, Fiera di Milano, Macchi, SIAE SpA ecc.) e di governo (Sindaco di Induno Olona e Varese, Presidente del consiglio regionale lombardo e infine Presidente di Regione Lombardia), possa essere vittima di svarioni così eclatanti. 

Non dobbiamo però dimenticare che – piccolo particolare non del tutto indifferente – stiamo parlando del Governatore della Lombardia, mica del Sindaco di Capracotta (con tutto il rispetto per il Primo cittadino e i circa 800 abitanti di quell’ameno comune del Molise). L’indagine giudiziaria farà il suo corso e potrebbe anche non sorprendere (come già accaduto in altre occasioni) che alla fine Attilio Fontana risulterà non aver commesso nessun reato. 

Ma il problema politico resta ed è grande come una casa. Non si tratta tanto dell’opportunità o meno, per un Presidente di regione, di lasciare via libera a propri congiunti in una cospicua commessa dell’amministrazione di cui si è a capo. In circostanze di emergenza, come quelle in cui si trovava la Lombardia qualche mese fa, potrebbe essere del tutto trascurabile se a rispondere all’appello per risolvere un problema di scarsità di camici fosse anche un’azienda che ha legami familiari con il capo dell’esecutivo.

Ciò che è grave sta nel fatto che un amministratore pubblico di lungo corso, nonché un avvocato professionista con tanto di studio affermato, come appunto è Fontana, non abbia deciso di rispettare alcune regole minime di condotta che riguardano chi riveste una carica pubblica. Tenere un comportamento ispirato a principi di trasparenza, evitare improvvisazioni del tutto incompatibili con la gestione della cosa pubblica, non accertarsi – come avrebbe dovuto fare, una volta a conoscenza del fatto – della correttezza delle procedure amministrative seguite dai propri congiunti. Sono aspetti fondamentali che devono ispirare e contraddistinguere l’azione di chi esercita una funzione pubblica di governo come Fontana.

E quel che sorprende, nella sua comunicazione di ieri al consiglio regionale lombardo, così come nella difesa della sua condotta esercitata dai suoi colleghi di partito, Matteo Salvini in testa, è che non si intraveda il benché minimo straccio di cultura delle istituzioni e della loro terzietà. Fontana, così come la Lega e Salvini, trattano la cosa pubblica adducendo ragioni di natura privata. Come nel più retrogrado e tradizionale patrimonialismo, nel senso weberiano del termine, il rispetto di principi di trasparenza, correttezza procedurale e separatezza della pubblica funzione dal propria sfera privata, come stile distintivo dell’amministratore pubblico, viene derubricato e messo in un cantone, in virtù di un pratico richiamo alla sostanza delle cose.

Una persona non può essere indagata per una donazione. Sì, ma questa donazione non è un semplice affare di famiglia (ciò che, peraltro, per la legge italiana, richiederebbe comunque un atto di certificazione da parte di un notaio). È qualcosa che riguarda un’ente pubblico come Regione Lombardia, così come riguarda Attilio Fontana in quanto Presidente della Giunta di quella regione. Se Fontana e la sua Giunta, la Lega e il centro-destra lombardo, Matteo Salvini non se ne rendono conto è un problema. Pretendere di parlare in nome del “popolo” (italiano o lombardo che sia, poco conta!) non può significare trattare come casa propria le istituzioni della Repubblica. E su questo non del tutto trascurabile aspetto, la magistratura politicizzata, la giustizia ad orologeria e il garantismo non c’entrano assolutamente nulla!!!