Amici del Giornale, eccomi tra i bloggers. “Gente del Nord” sarà uno spazio dedicato a quello che si muove nella parte più dinamica d’Italia. Politica, economia, infrastrutture, società, immigrazione: un luogo di discussione e approfondimento, che sono due facce della stessa moneta. Inutile dibattere per il solo gusto di dire la propria, senza la volontà di capire più a fondo la realtà.

Il blog prende il largo nel giorno tragico della morte di sei soldati italiani in Afghanistan. Si polemizza se vale ancora la pena mantenere le nostre truppe in quei territori. Favorevoli o contrari? Partito del sì o partito del no? Non c’è proprio nient’altro da dire?

Voglio onorare quei sei militari con un ricordo personale. Fui mandato a Kabul nel febbraio 2002 per raccontare la visita al contingente di un gruppo di parlamentari, i primi civili italiani a mettere piede in Afghanistan dopo la fine del conflitto. Accompagnavamo un carico di medicinali e di acqua potabile, entrambi merce rarissima. Le nostre truppe avevano ultimato la cucina da campo il giorno prima, fino ad allora cibo soltanto in razioni da combattimento. Facevano di tutto: le pattuglie di sicurezza, gli elettricisti, gli stradini, i manovali. Un gruppo ripristinava un vecchio cimitero cristiano, sul quale i talebani avevano dirottato una condotta fognaria: sui frammenti delle lapidi prese a mazzate si leggeva ancora il nome di qualche occidentale sepolto laggiù. Ebbi i brividi quando fu eseguito l’inno nazionale durante la cerimonia dell’alzabandiera: era evidente che quei soldati non erano lì soltanto per sé stessi, per la loro carriera e le loro famiglie. Non si rischia la vita (e tantomeno la si perde) per ideali piccoli. E’ per questa grandezza che li dobbiamo ricordare, senza tirare di qua o di là le uniformi dei morti.

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