cota.jpgFaccio mia la considerazione di Fedenrico (che appare nel titolo di questo post) sul voto alle regionali. Ammetto che non mi aspettavo questo risultato: la vittoria del centrodestra in Campania e Calabria erapolve.jpg scontata, non la conquista di Lazio e Piemonte, le regioni-chiave (nelle foto i nuovi governatori Roberto Cota e Renata Polverini). E’ fallito il referendum anti-Berlusconi, al termine di una delle più brutte, sporche e cattive campagne elettorali degli ultimi anni. Ha trionfato un partito, la Lega, che non gode di nessun apparato mediatico ma evidentemente ha una forza di immagine, di presenza sul territorio e di vicinanza agli elettori (oltre che la capacità di catalizzare gli scontenti del centrodestra) che fanno la differenza, e questo dovrebbe fare riflettere sia il Pdl sia il Pd, troppo concentrati sulle polemiche mediatiche su par condicio e presentazione delle liste: giornali, tv e polemiche non spostano masse di voti, gli elettori decidono con la loro testa. Ne è riprova l’inaspettato successo del movimento di Beppe Grillo, anch’esso privo di copertura mediatica ma capace di ottenere una quantità di consensi imprevista (addirittura superiore al 6 per cento in Emilia) facendo danni gravissimi al Pd cui ha tolto voti forse decisivi come in Piemonte.

Il Pd sembra già avviato al tramonto: da quel partito non esce nulla di nuovo e tutte le spinte al rinnovamento a sinistra prendono la via di movimenti alternativi (girotondi, Di Pietro, Grillo, forse Santoro dopo la volgare piazzata di Bologna). Berlusconi, benché colpito dall’astensionismo e da una certa perdita di consensi, si è dimostrato ancora forte e ben lontano dalla parabola discendente su cui tanti, anche nel Pdl, fanno conto. Ma anche lui, come Bersani, deve mettere mano al partito e chiarire soprattutto due incognite: il ruolo di Fini e il profilo riformista del governo. Se non scioglie con decisione questi due nodi, fra tre anni il fiume in piena del Carroccio potrebbe effettuare altri sorpassi. La scelta di ancorare la linea politica al cambiamento istituzionale (nel caso di Bossi, il federalismo) è quella che gli elettori dimostrano di preferire.

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