marchionne.jpgAnche a Pomigliano d’Arco, come da tempo succede con regolarità, la Cgil non ha firmato un accordo che garantisce migliaia di posti di lavoro sottoscritto invece, con grande ragionevolezza, dalle altre sigle sindacali. La Fiat (nella foto, l’amministratore delegato del gruppo Sergio Marchionne), con un investimento di 700 milioni di euro, trasferirà dalla Polonia la catena di montaggio della Panda pur di evitare licenziamenti nel Mezzogiorno d’Italia, a patto che gli operai si impegnino a migliorare la produttività ed eliminare la piaga dell’assenteismo. La prossima settimana un referendum farà capire se le tute blu gradiscono l’accordo che salvaguarda il lavoro e non i fannulloni.

La Fiom-Cgil dice che “vanno difesi i diritti” e “va rispettato il contratto”. Ma quale diritto merita più tutela del diritto al lavoro? Sulle regole, immagino che il sindacato rosso non abbia digerito il pacchetto confezionato dalla Fiat: ma davanti a un’opportunità del genere è più ragionevole impuntarsi sul contratto o dare il proprio contributo a una soluzione che incontra l’interesse dei lavoratori? E perché il sindacato rosso chiede alla Fiat il rispetto delle regole della contrattazione senza pretendere altrettanto rigore dagli assenteisti cronici di Pomigliano?

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, diceva l’immortale John Belushi nel film “Animal House”. Tradotto nel caso specifico: quando la crisi morde e non c’è grande spazio per le mediazioni, si capiscono le priorità. Dunque si capisce che per la Fiom al primo posto c’è il contratto come totem, come Pezzo Di Carta Intoccabile e Indiscutibile, mentre gli altri sindacati in questa fase di crisi generale puntano innanzitutto alla difesa del posto di lavoro. Negli Stati Uniti, dove si va dritti al sodo, il capo del più potente sindacato dei metalmeccanici ha apprezzato l’impegno di Marchionne per rilanciare la Chrysler. Da noi la Fiom lo paragona a Dracula.

Ben venga questo confronto e anche il referendum tra i lavoratori, che mi auguro segni la sconfitta degli oltranzisti come già capitato in altre fabbriche come la Piaggio. Perché dev’essere chiaro che senza lavoro non c’è contratto né regole da difendere. Non sono contento della piega presa dalla Fiom-Cgil perché un sindacato così rappresentativo che non prende atto della realtà è una palla al piede per l’intero Paese. A sinistra si continua a ragionare secondo il defunto schema della lotta di classe: operai contro padroni, ricchi contro poveri, sinceri democratici contro fascisti. E intanto sfugge alla comprensione la realtà cambiata, con le “nuove” classi (i precari, i non tutelati, gli anziani, ma anche la miriade di piccoli imprenditori e artigiani), gli sprechi intollerabili (leggere “Il sacco del Nord” di un intellettuale di sinistra come Luca Ricolfi), l’importanza della “resilienza”, eccetera.

Ma accanto al suicidio della Fiom va registrata la Caporetto dei riformisti, la cui voce non riesce proprio a farsi sentire nel Pd. Per la sinistra riformista non ci sarebbe momento più opportuno per marcare le proprie posizioni; invece, su Pomigliano come su tutto il resto, prevale il massimalismo di Di Pietro e l’assordante silenzio di Bersani. E’ un vero peccato che i riformisti non riescano a prendere piede, nel partito democratico come nella Cgil.

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