Sono ogni giorno più incredulo leggendo i contorsionismi in atto nel Partito democratico, dove ormai sono tutti contro tutti. Non voglio entrare nel dettaglio delle varie posizioni politiche, mi manca il microscopio elettronico: mi limito a un paragone. Nel 1996 Berlusconi perse nettamente le elezioni, dopo otto mesi a Palazzo Chigi e un anno di governo Dini. Dopo la sconfitta avviò la “traversata del deserto“, cioè una fase di riorganizzazione interna stando all’opposizione. In quei cinque anni, mentre il centrosinistra alternava quattro governi e tre premier senza ricandidare nessuno di loro, il Cavaliere ricucì con Bossi (che gli aveva dato del mafioso), saldò l’asse con Fini e Casini, approvò i provvedimenti del centrosinistra in politica estera (Kosovo in primis), mise a punto un programma comune di stampo liberale e sussidiario, organizzò un’efficace macchina elettorale interna. Insomma lavorò per mettere assieme, unire, e ripresentarsi al voto in condizioni migliori dell’avversario. Vinse a mani basse nel 2001. Cinque anni dopo, sconfitto di misura da una coalizione rabberciata con il vinavil, si sedette come il saggio cinese sulla sponda del grande fiume e aspettò che transitasse la buonanima del nemico. Il resto è storia recente.

Sono convinto che il centrodestra stia ancora raccogliendo i frutti di quella “traversata”, di cui Berlusconi approfittò per strutturarsi e rendersi più affidabile. All’opposto, il centrosinistra si divide, distingue, sottilizza, puntualizza. Una volta il Cavaliere disse che l’elettorato italiano aveva la testa di un dodicenne. Il paragone è provocatorio, ma dice una verità: l’elettore non è portato a perdersi nei labirinti delle articolazioni partitiche, ma ha bisogno di pochi messaggi chiari che identifichino in sintesi e con precisione i cardini dell’orientamento politico. Ebbene, nonostante tutto, ancora oggi Berlusconi rappresenta una parte politica “inclusiva”, che tende ad aggregare altre forze sotto la guida di un leader riconosciuto, mentre la sinistra è occupata a dirimere le divisioni interne, succube dell’influenza di Di Pietro, incapace di concordare non soltanto il nome dell’aspirante premier ma addirittura il metodo con cui individuarlo. E siccome l’elettore “dodicenne” non sopporta i litiganti ma vota un politico perché – tendenzialmente – possa governare per cinque anni, il centrosinistra si condanna ancora all’opposizione.

Ho già citato gli articoli che Francesco Piccolo scrive il lunedì sull’Unità. Invito a leggere anche quello odierno, intitolato “Confusi e infelici“. Proletari di tutta Italia, unitevi: altrimenti resterete all’opposizione anche quando il Cavaliere sarà uscito di scena.

Share and Enjoy:
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks