Ieri sera si è concluso “Vieni via con me” e per la terza volta (su quattro puntate) me ne sono occupato sul Giornale (qui l’articolo on-line). A causa degli orari di stampa, non ho potuto riferire dell’ultima parte del programma. Lo faccio qui, riportando un passo centrale del secondo monologo di Roberto Saviano. “Come si può pensare che raccontare una storia d’amore, quella fra Piergiorgio e Mina Welby, fosse pro morte? E’ una storia d’amore che non va a negare chi ha deciso un’altra scelta, va solo a dire: si può scegliere. Il racconto è un luogo dove proporre un’idea agli altri, non è un luogo dove si scandagliano tutte le idee possibili, perché così alla fine non ne hai raccontata nessuna. Se qui avessi tutti quelli che la pensano diversamente da me, che hanno tanti punti di vista diversi, il risultato sarebbe zero“.

Il ragionamento non fa una piega, se non si trattasse di parlarne sulla Rai, cioè su un canale di pubblico servizio finanziato dai cittadini attraverso il canone. Saviano ha il pieno diritto di costruire le sue narrazioni su Repubblica, nei libri Mondadori, nelle serate a teatro, in convegni, comizi, platee, ovunque venga invitato compresa la Rai: ma nel servizio pubblico bisogna dare spazio a tutti. L’informazione deve essere completa per mettere a disposizione di chiunque l’intero ventaglio di possibilità, per il semplice motivo che il canone lo pagano tutti (o quasi).

Invece Saviano dice: questa è la mia verità che, se dessi spazio ad altre, verrebbe annullata. All’inizio del programma, Fabio Fazio con più arroganza e meno capacità affabulatoria aveva sbrigativamente sentenziato: “Chi non si è sentito rappresentato da questa trasmissione può farne un’altra: e noi la guarderemo volentieri”. Il concetto è ribadito: questo spazio è “cosa mia”, gli altri si arrangino. E’ una rivendicazione di faziosità, parzialità, unilateralità. Ripeto: legittima su qualsiasi altro mezzo di comunicazione, non sul servizio pubblico.

Osservo inoltre che al Giornale viene rimproverato esattamente ciò che Saviano e Fazio pretendono come diritto: esporre la propria visione dei fatti, raccontare un pezzo di realtà in modo fazioso. Il Giornale ha un editore, una linea politica e un ideale cui si ispira, come tutti i giornali del mondo; il lettore paga per leggerlo e se non gli piace semplicemente non lo compra. Lo stesso non si può dire per la Rai, dove ho la libertà di girare canale ma non quella di non pagare il canone, e dove un Fazio e un Saviano (e l’elenco sarebbe lungo) raccontano le loro faziosità senza contraddittorio, giustificandolo come diritto supremo e inalienabile.

Questo “diritto alla parzialità” segna un obiettivo salto di qualità nell’informazione Rai. Nemmeno Santoro era arrivato a tanto: nella sua indubbia capacità professionale, le sue trasmissioni hanno sempre avuto dibattiti, confronti anche aspri, spesso pilotati, sempre orientati ideologicamente, ma l’abilità stava nel mantenersi sul difficile spartiacque tra la tesi da dimostrare e il rispetto formale del contraddittorio. Ora anche questa barriera è caduta. Tutte le idee sono uguali, dice Saviano; si può scegliare tra vita e morte assistita (eutanasia) come fossero la stessa cosa, basta raccontarlo. E chi non può raccontarlo perché non ha alle spalle un gruppo di potere, ricchi contratti pubblicitari, un pulpito come Repubblica, la forza di arrivare in prima serata Rai, l’appoggio di un sistema mediatico che ti consacra eroe e guru, o la semplice capacità di costruire un evento tv? Si arrangi, risponde Fazio: si faccia un altro programma. Che invece sarà squalificato come fazioso, falso, eccetera. La verità non esiste più, esiste soltanto la forza di raccontare il proprio punto di vista. Che per Saviano è un diritto, mentre il Giornale è la fabbrica del fango.

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