Quello che mi convince poco della manovra economica varata dal governo è l’idea complessiva che se ne ricava: tante misure grandi e piccole sparpagliate in mille rivoli nell’assenza di una forte idea ispiratrice. L’impressione è che si vada a raschiare ovunque possibile per recuperare le finanze necessarie ad azzerare il deficit, il che è comunque un obiettivo fondamentale e ineludibile, ma in un contesto complessivo di debolezza. Manca un guizzo di novità in cui riconoscersi, una bandiera identitaria; resta una somma algebrica di interventi a volte discutibili, come la tassa sulle operazioni di Borsa che sposterà da Milano i maggiori operatori (in sei mesi Piazza Affari ha attratto un solo nuovo titolo, Ferragamo) e colpirà non le banche ma il “popolo bue” dei piccoli risparmiatori.

La riforma fiscale, cui assegna importanza capitale non l’orda di elettori pidiellini delusi ma lo stesso Silvio Berlusconi fin dal 1994, si farà nell’arco di tre anni (sempre che il governo regga). La riforma delle pensioni se la prende con le badanti moldave ma tentenna nell’innalzare l’età delle lavoratrici italiane. La riforma del lavoro e della contrattazione è lasciata a Confindustria e sindacati, che pure meritano un plauso. I tagli ai costi della politica sono tutti da scrivere e comunque scatteranno nella nuova legislatura. La detassazione per le imprese giovanili è un segnale importante ma modesto per il contributo che le nuove generazioni possono dare alla crescita del Pil.

Né aiuta rinviare al 2013/14 il grosso degli interventi. Intendiamoci, la strategia non è priva di ragioni: il governo spera di agganciare la prevista ripresa e di raccogliere i primi frutti del nuovo clima delle relazioni industriali. Ma è evidente la scelta di scaricare il peso maggiore della manovra sul prossimo governo. E il rinvio rischia di esporre il Paese alle turbolenze dei mercati finanziari, visto che la manovra punta al pareggio di bilancio imposto dall’Europa ma non cancella l’enorme debito che deve essere continuamente rifinanziato da nuove emissioni di titoli di stato.

E’ il massimo che il governo Berlusconi poteva fare? Probabilmente sì, con gli attuali vincoli internazionali e le tensioni nella coalizione. Le grandi riforme hanno bisogno o di un esecutivo forte (il Cavaliere lo era all’inizio della legislatura, ora meno) o di un consenso dell’opposizione. E’ già cominciato il balletto delle correzioni: i suv non si toccano, gli ordini professionali nemmeno, non parliamo degli statali, delle “pensioni d’oro”, eccetera. Vedremo quale sarà il testo sul quale a fine mese il governo chiederà la fiducia. Sarà l’ennesimo banco di prova.

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