E’ stato un lunedì più nero del venerdì nero. I titoli bancari in Borsa hanno sfiorato perdite del 10 per cento in due giorni. La differenza di rendimento (“spread”) tra titoli di stato italiani e tedeschi, considerato un indice di stabilità finanziaria, si allarga di ora in ora. A poco sono valse le mosse anti-speculatori della Consob. E poco efficaci sono state anche le dichiarazioni del governo tedesco che ha approvato la manovra tremontiana da oltre 50 miliardi in quattro anni.

La parola d’ordine è «dagli allo speculatore», e indubbiamente gli investitori più spregiudicati, quelli che giocano sulla pelle e sulle tasche del «popolo bue», ribassisti e venditori allo scoperto, si sono scatenati come contro la Grecia. Eppure l’Italia non è nemmeno lontanamente la Grecia, nonostante i parallelismi interessati e meschini rilanciati da sinistra. I mercati di tutto il mondo sono instabili, come testimoniano gli indici scesi a picco dappertutto, soprattutto a causa dei timori per la finanza pubblica degli Stati Uniti, dell’inflazione cinese fuori controllo e delle incertezze europee nell’affrontare le crisi più gravi.

Tuttavia, chi paga il conto più salato è Piazza Affari, che perde più delle altre Borse. Il governo italiano tace. I pochi che parlano (come l’ex ministro Scajola sul Giornale di oggi) accreditano la tesi di un attacco esterno per destabilizzare l’Italia. Eppure anche osservatori di stampo liberale, come per esempio Giannino, Lottieri o Pelanda, non attribuiscono tutte le colpe alla speculazione. E, curiosamente, si uniscono nell’analisi a economisti vicini alla sinistra come Luigi Zingales.

Qual è la loro tesi? Nel mercato finanziario gli speculatori sono una minima parte: il grosso è fatto da investitori istituzionali (banche, fondi pensione, di investimento, eccetera) che per remunerare i risparmiatori hanno bisogno di stabilità finanziaria. Sarebbero questi soggetti a liquidare le posizioni nelle banche italiane (il settore più colpito dal ribasso) le quali detengono grandi quote di titoli pubblici giudicati a rischio; nello stesso tempo i medesimi soggetti chiedono interessi più alti per sottoscriverne ancora.

In queste condizioni, i mercati vanno tranquillizzati con i fatti prima che con le burocrazie stile Consob. Un primo fatto dovrebbe arrivare dall’Ue: se trovasse in tempi rapidi l’accordo necessario a sterilizzare la situazione greca, il nostro debito ne guadagnerebbe immediatamente. Ma segnali dovrebbero giungere anche dall’interno. La manovra di Tremonti ha il fondamentale merito di fare rientrare il deficit e non aumentare il debito. Ma il rinvio al 2013-14 dei tagli più massicci non è stato un bel segnale per i mercati, così come il rinvio di riforme che inducano la crescita: detassazioni e soprattutto liberalizzazioni. Fattore non meno importante di indebolimento è l’inchiesta che lambisce Tremonti, il quale non mi sembra goda della coesione e della compattezza nel governo che sarebbe necessaria in momenti come questi.

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