Archiviato a tempi di record il voto sulla manovra economica, in Parlamento si è nuovamente affacciato il tormentone sul sistema elettorale. Il classico tema che non scalda i cuori degli elettori ma dei politici, a maggior ragione adesso che il dopo-Berlusconi appare un’incognita per tutti.

La questione è viva soprattutto a sinistra, dove però regna la confusione più totale. Non c’è una linea comune all’interno del Pd, dove Veltroni raccoglie firme per un referendum mentre Bersani cincischia. Nel Pdl si dibatte sulle primarie, al momento senza grandi prospettive. E’ già ripartito il balletto per chi scimmiotta meglio i sistemi elettorali stranieri, il cancellierato piuttosto che il proporzionale corretto, il maggioritario secco o il doppio turno. Tutto pur di abbandonare il “porcellum” in vigore, voluto da un governo di centrodestra ricalcandolo da una regione di sinistra (la Toscana).

Non attribuisco poteri taumaturgici ai sistemi elettorali. Abbiamo già sperimentato i limiti del proporzionale puro, dell’uninominale del referendum Segni, del proporzionale di coalizione targato Calderoli. Nemmeno il presidenzialismo delle regioni o il doppio turno dei sindaci garantiscono di per sé stabilità e buon governo.

Ho soltanto due preoccupazioni. La prima: basta con le riforme elettorali a colpi di referendum. Il parlamento si assuma le proprie responsabilità in nome del bene comune, senza demandare le decisioni a uno strumento che – sotto l’apparenza di valorizzare il “volere del popolo” – semplifica troppo questioni complesse affidando tutto a slogan e demagogia. La seconda: aridatece il voto di preferenza. Cancellato in omaggio a chi lo considerava terreno di scambio, è diventato il sistema con cui la politica sopravvive a se stessa, bloccando il rinnovamento attraverso il meccanismo della cooptazione. Se dimostrassero questo coraggio, i parlamentari in carica avrebbero in tasca la garanzia della rielezione con qualunque sistema elettorale.

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