La politica italiana di questo ferragosto è tutta presa da mille polemiche: la casta che non molla, i tagli che nessuno vuole, gli scudi e i condoni, il governo che tentenna, la Lega che insulta, i poteri finanziari che spadroneggiano e le borse che crollano, i calciatori ricchi e spilorci, i falsi invalidi e i veri furbi. Aggiungete voi quello che mi è sfuggito. In ogni caso non si discute dell’opposizione: è sparita.

C’è un punto che sfugge al dibattito, una di quelle questioni che sembrano tecniche, fumose, burocratiche; che fanno «poco titolo» sui giornali e non accendono gli animi della gente. Eppure è una faccenda cruciale, ufficializzata martedì nel vertice di Parigi tra la cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy. È la proposta di un governo europeo dell’economia. Un passo inevitabile, visto che l’Europa ha da tempo un mercato comune privo di barriere, una moneta unica e una Banca centrale, ma non un’autorità politica che sovrintenda a tutto ciò.

Ma questo significherà, parallelamente, che i governi nazionali perderanno autonomia, sia pure in misura diversa. Gli esecutivi più forti, come Francia e Germania, rinunceranno a qualcosa ma terranno ben strette le redini, mentre per i più deboli (come l’Italia) sarà già un successo se continueranno a partecipare ai vertici, dove avranno ben pochi margini di manovra.

Da Maastricht in poi, il potere delle burocrazie europee e dei governi più solidi ha preso sempre più piede. L’Italia ha perso strumenti di politica economica come la svalutazione competitiva della lira o il controllo sulla massa monetaria in circolazione. Abbiamo sopportato la stangata di Amato e l’eurotassa di Prodi, oltre a una miriade di direttive che hanno cambiato tanti piccoli particolari della nostra vita.

Ora siamo a una nuova svolta. L’Unione europea non si limita più a fissare parametri e vincoli di bilancio da rispettare, ma comincia a imporre misure specifiche di intervento. Per esempio, ci obbliga a modificare il sistema pensionistico. Oppure ci impone limiti di tempo per il risanamento dei conti. In tempo di crisi, i tedeschi non vogliono fare sacrifici per consentire ai nostri falsi invalidi di spassarsela, o alle donne italiane di lasciare il lavoro prima di quelle tedesche o francesi.

Sarà l’Europa a costringerci di cambiare. E sarà un bene per tutti se i nostri politici se ne renderanno conto rapidamente. Quando si è in difficoltà, meglio prendere in mano la situazione e gestirla, piuttosto che cercare inutilmente di accontentare tutti. Per cui, avanti con la riforma delle pensioni senza guardare in faccia a privilegi e alleanze. E avanti con la soppressione dei piccoli comuni, operazione meno complicata rispetto al taglio delle province (dove, oltre all’ente locale amministrativo, bisogna falciare o riorganizzare anche prefetture, questure, comandi dei carabinieri, agenzie del territorio e delle entrate, direzioni del lavoro, provveditorati e quant’altro) ma in grado di garantire comunque cospicui risparmi.

 

Ps. In questi giorni i blog del Giornale sono in fase di aggiornamento e la pubblicazione dei commenti spesso ne risente. Ne tengano presente i lettori, vecchi e nuovi.

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