Il Giornale di mercoledì ha pubblicato un mio articolo che ricostruisce i privilegi fiscali di cui gode il sistema cooperativo prendendo spunto dal volume “Falce e carrello” di Bernardo Caprotti, proprietario della catena di supermercati Esselunga. Il libro di Caprotti ha fatto epoca, e malgrado la riservatezza che lo contraddistingue (non rinnegata nemmeno dopo il clamoroso successo di vendita), l’autore è diventato in qualche modo il simbolo della lotta a tali privilegi.

Il sistema tributario riservato alle coop è complesso. Le società mutualistiche non sono tutte trattate allo stesso modo. Negli ultimi 10 anni i governi guidati da Silvio Berlusconi hanno ridotto taluni vantaggi, mentre il governo Prodi (ministro Bersani) ha liberalizzato la vendita dei parafarmaci negli ipermercati: quando entrò in vigore il provvedimento, una sola catena della grande distribuzione era pronta per tuffarsi nel nuovo mercato. Il marchio Coop.

La gran parte delle coop hanno dimensioni piccole o piccolissime; si occupano di welfare, assistenza, scuola, editoria. Ma quelle grandi hanno un giro d’affari gigantesco. Legacoop è la terza holding imprenditoriale d’Italia, dopo Eni ed Enel. Il problema da affrontare riguarda proprio le grandi cooperative, presenti nei settori chiave dell’economia italiana: grande distribuzione, impiantistica, costruzioni, servizi alle imprese, credito, assicurazioni, telefonia, sanità.

E’ un sistema retto su due pilastri di cui non godono le altre imprese presenti nei rispettivi comparti produttivi: il rapporto privilegiato con le amministrazioni locali di sinistra e appunto il trattamento normativo favorevole. Sul primo aspetto, basterà dire che in Emilia Romagna i supermercati che fanno capo a Legacoop detengono circa il 70 per cento del mercato (Esselunga in Lombardia, la regione dove è più presente, viaggia poco sopra il 10 per cento). Oppure ricordare che in Umbria la quasi totalità degli enti locali è assicurata con Unipol.

La seconda questione non è meno importante. Le coop godono di cospicue esenzioni fiscali sugli utili. Non sono soggette a scalate ostili. Possono evitare di chiedere soldi alle banche perché sfruttano il prestito sociale. I loro manager hanno poteri enormi. I controlli sui loro bilanci vengono spesso effettuati da società riconducibili alla stessa Legacoop. Questo sistema crea una serie di squilibri. Per fare un solo esempio, Unipol poté scalare Bnl, ma nessuno può lanciare un’Opa su Unipol: nelle assemblee delle cooperative infatti comanda la maggioranza dei soci, non delle azioni. Per molte cooperative il fine mutualistico è rimasto sulla carta: nella pratica esse agiscono come qualsiasi società per azioni senza essere sottoposte alla normativa che regola le spa. C’è stato perfino chi ha costituito tesoretti in paradisi fiscali esteri aspettando il momento giusto per dividerli non tra i soci, ma tra la dirigenza.

Attendiamo di conoscere nel dettaglio come il governo ridurrà i privilegi finora accordati alle coop. Occorrerà un certo discernimento per non danneggiare quelle che svolgono una effettiva azione sociale in virtù del principio di sussidiarietà. Ma non va dimenticato il monito che più volte Bruno Trentin, segretario della Cgil, rivolse al sistema mutualistico. L’ultima volta dalle non sospette colonne dell’Unità: “Molte imprese si chiamano cooperative solo per avere esenzioni fiscali. Hanno perso l’anima“.

VN:F [1.9.3_1094]
Rating: 4.6/5 (99 votes cast)
E Trentin disse: le coop hanno perso l'anima, 4.6 out of 5 based on 99 ratings
Share and Enjoy:
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks