La tre giorni padana della Lega ha fornito una sola indicazione: il declino del partito di Bossi. Il campanello d’allarme era già suonato alle regionali, un anno e mezzo fa, ed era suonato nella nuova terra promessa del Carroccio, cioè il Veneto. Nel 2008 la Lega aveva conosciuto un’avanzata impetuosa, confermata nel 2009 alle europee, al punto che alla vigilia di quella consultazione l’interrogativo era: ci sarà il sorpasso sul Pdl? Non ci fu. E l’anno dopo i veneti hanno eletto Luca Zaia governatore (dopo un estenuante braccio di ferro con il governatore Galan) ma attribuendogli una quantità inferiore di suffragi.

Il voto leghista è sempre stato altalenante, umorale. Ma il dato del Veneto dimostrava un’altra cosa: in una regione chiave del successo leghista, che addirittura rivendica pulsioni autonomiste precedenti e più profonde rispetto a quelle dei lombardi, e che schiera amministratori come Tosi e lo stesso Zaia, il partito di Bossi non sfonda il 30 per cento. Da quel tetto non può che scendere. E il 30 per cento è un obiettivo raggiungibile soltanto in un’altra regione del Nord, la Lombardia. Il 2010 era il momento di massimo fulgore per la Lega, protesa verso il federalismo fiscale e orgogliosa dei successi di Maroni in tema di ordine pubblico, lotta alla criminalità, immigrazione. Ma neppure in quel periodo aureo il Carroccio ha compiuto il salto di qualità elettorale.

La Lega è destinata a restare un partito d’appoggio, come il Psi nella prima repubblica. Non è in grado di accaparrarsi il voto dei berlusconiani delusi né di diventare il leader di una coalizione di governo. E’ questo dato di fatto che agita il Carroccio. Esauriti i temi legati alla sicurezza, incerti sull’utilizzare il federalismo fiscale come un vero successo, ai leader in camicia verde non resta che rispolverare la vecchia e consunta bandiera della secessione. Se il referendum sul federalismo non fece breccia al Nord nel 2006 (il 50 per cento fu superato soltanto nel Lombardo-Veneto), è impossibile sperare in un successo oggi.

La Lega continuerà ad appoggiare il governo perché la caduta di Berlusconi significherebbe oggi la caduta anche di Bossi. E nella base del Carroccio c’è accesa contestazione sul dopo-Senatur. L’investitura del figlio Renzo, il “trota”, non riscuote grande favore. In un partito che lancia sì i giovani, ma soltanto dopo averli sottoposti alla gavetta, non piace che il figlio del capo sia stato catapultato nel consiglio regionale lombardo, sia pure passando per una lista con le preferenze e non per un listino bloccato.

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