Saranno anche 28 pasticcioni, ma il pasticciaccio brutto che hanno creato alla Camera rischia di precipitare il Paese nel caos. Prendiamo per buona la versione della maggioranza, rilanciata tra gli altri dal ministro Michela Vittoria Brambilla: qui l’intervista che mi ha concesso pochi minuti dopo la bocciatura di Montecitorio. Dietro quel voto, determinato dall’assenza dei “malpancisti” della maggioranza (mancavano tra gli altri Tremonti, Bossi, Maroni, Scajola, Miccichè, Scilipoti) non ci sono agguati, imboscate, tranelli. Non è un fatto politico.

Diamo per buona questa versione dei fatti: un concatenarsi di circostanze impreviste hanno tenuto lontano dall’aula un certo numero di deputati della maggioranza in un momento cruciale. “Un fatto grave ma episodico“. Meglio passare per sprovveduti, superficiali, piuttosto che congiurati. Bastava un solo voto in più per approvare il Rendiconto di bilancio e questo drammatico precipitare degli eventi sarebbe stato evitato. Troppa sottovalutazione.

Ma il problema è un altro. Il governo, già esposto all’assalto di certi giudici e alle bizze della Lega, di Tremonti, di Scajola e aggiungete voi chi altro, ora trema anche se un deputato è a casa perché gli è nato un figlio, se un ministro trova più traffico del solito per arrivare in aula o se un parlamentare si dilunga troppo a chiacchierare con i giornalisti in Transatlantico. Non si può avere per nemico anche l’imponderabile.

Il primo nemico dell’esecutivo è stato Gianfranco Fini. Davanti a un fatto senza precedenti (com’è la bocciatura dell’articolo 1 del Rendiconto), ha convocato la Giunta per il regolamento. Che, essendo a maggioranza di centrosinistra, ha ovviamente fermato l’iter del provvedimento. Berlusconi ne riscriverà una nuova versione che ripresenterà chiedendo la fiducia. Probabilmente la otterrà. Ma l’impressione, stavolta, non è di una maggioranza coesa che fa valere la sua autorevolezza con i numeri parlamentari, ma di una coalizione in difficoltà che nasconde la polvere sotto il tappeto.

Una crisi di governo al buio, in questi frangenti di crisi economica e finanziaria, sarebbe quanto di peggio può succedere al Paese. Berlusconi ci sta mettendo la faccia, come sempre, ma sembra circondato da sempre meno gente che voglia fare altrettanto. Ogni volta che il governo vacilla si chiede al premier un miracolo, un guizzo, una delle sue intuizioni per tenere insieme la baracca. Siamo in attesa. Nelle favole la bacchetta magica troppo usata perde progressivamente potere. E nella realtà?

Aggiornamento dopo il voto di fiducia. Due sottolineature per completare il quadro.

La prima riguarda Fini. Dopo la bocciatura senza precedenti dell’articolo 1 del Rendiconto,  il presidente della Camera ha convocato la Giunta per il regolamento, che – a seguito dei travasi tra maggioranza e minoranza provocati dalla nascita del Fli – ha una maggioranza di centrosinistra. Se avesse invece convocato la Conferenza dei capigruppo, evitando di enfatizzare lo scivolone del governo, avrebbe compiuto un atto istituzionale altrettanto inappuntabile ma dal diverso significato politico. Il che dimostra, da un lato, che ogni scelta istituzionale ha anche un rilievo politico, e dall’altro che Fini ha lavorato consapevolmente per danneggiare la sua ex maggioranza.

La seconda riguarda Napolitano. Nel discorso di giovedì, Berlusconi ha detto apertamente che se non avesse ottenuto la fiducia saremmo andati a elezioni anticipate. Non è la prima volta che il premier sostiene questa linea. Ma in passato il Quirinale interveniva sempre, tempestivamente e con puntiglio, per ricordare che lo scioglimento delle Camere è prerogativa sua, facendo capire che avrebbe prima tentato altre strade (governo tecnico, del Presidente, eccetera). In questa occasione ha invece taciuto. Il significato è chiaro: che il capo dello stato è d’accordo con Berlusconi. La crisi significa il voto. Non c’è una maggioranza alternativa per riproporre il governo Pella o altre diavolerie tecniche. Non c’è speranza per l’attuale opposizione, che è ridotta quasi peggio della maggioranza. A Berlusconi oggi non c’è alternativa: l’ha detto il premier, lo pensa il Colle, ne è convinta gran parte dell’elettorato. Se ne facciano una ragione il centrosinistra e i dissidenti della maggioranza.

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