Venti giorni fa assistevamo in tv al tripudio popolare per le dimissioni di Silvio Berlusconi. Non so che cosa ci fosse da esultare per la fine di un governo democraticamente eletto (sia pure non esente da errori) e per l’arrivo di un esecutivo di tecnocrati, frutto di una crisi determinata da un capitalismo finanziario alterato e di lobby politiche/economiche internazionali interessate a indebolire il nostro Paese. Il professor Mario Monti è stato accolto come l’uomo della provvidenza, l’unico che poteva salvare l’Italia. Gran parte dell’opinione pubblica, cotta a puntino dalla lunga e martellante campagna mediatica anti-casta, non vedeva l’ora di accantonare il Cavaliere e la politica per affidarsi finalmente alla maestria della tecnica: a tal punto accecati dall’odio antiberlusconiano da pensare che il mondo finanziario che ha acceso la crisi potesse rimediare ai suoi stessi guasti. Comunque, questo è il governo in carica, e vista la gravità della situazione dobbiamo sperare che se la cavi, per il bene del Paese.

I partiti si sono tenuti fuori dalla compagine ministeriale (non del tutto da quella dei sottosegretari), in parte per l’impossibilità di bilanciare con precisione le rispettive presenze, ma soprattutto per mantenere le distanze dagli inevitabili tagli e sacrifici, la cui responsabilità viene così assunta da persone che non dovranno risponderne agli elettori nelle urne.

Ora però i nodi dell’irresponsabilità della politica cominciano a manifestarsi. Sono scattati i veti incrociati: no alla patrimoniale, no a drastici tagli delle pensioni. Monti tiene nascosti i provvedimenti agli italiani ma non ai leader europei, le vere fonti del suo potere. Fa sapere che non discuterà delle misure anticrisi con le parti sociali, a differenza di quanto fece prima di lui un altro premier “tecnico”, cioè Carlo Azeglio Ciampi che proprio sulla concertazione accumulò il capitale politico che lo portò al Quirinale. Per Monti, invece, sindacati e Confindustria andavano bene al momento di essere ricevuti per le consultazioni e il Parlamento era indispensabile per ottenere una fiducia bulgara; sul resto, l’esecutivo basta a se stesso.

La sinistra che appoggia il governo dovrà riformare il lavoro e le pensioni in modo opposto a quanto vogliono vasti settori del suo elettorato, non sempre i più estremi. Il che potrebbe portare allo scontro sociale che il governo Berlusconi, con tutti i suoi limiti, è sempre riuscito a scongiurare in questi difficilissimi tre anni e mezzo.

E’ sempre più evidente che la “presentabilità” di Berlusconi, la “credibilità” delle riforme promesse hanno coperto come un paravento il vero problema, cioè la debolezza dell’euro e l’inesistente coesione della politica europea che dovrebbe governarlo, come dimostrano i crescenti dissensi tra Francia e Germania. Gli indebolitori dell’Italia stanno dentro e fuori i confini nazionali e quelli che stanno dentro si stanno accorgendo del boomerang. Un’Italia fiaccata dagli attacchi esterni e dalle stangate interne sarà preda dei potentati economici: per dirne una, pochi giorni fa l’Ue ha intimato al governo di cedere le golden share in società come Eni e Monti obbedirà per fare cassa e perché non può non farlo, come ex custode dell’antitrust europeo.

Nasce da qui il paradosso di una politica che si consegna alla tecnica pur prendendone le distanze. Un derby ancora tutto da giocare.

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