Il partito più in crisi nella stagione dei tecnici è la Lega Nord: non l’avrei detto. Ma gli ultimi sviluppi della lotta intestina tra i fedelissimi di Bossi e di Maroni non lasciano dubbi. Il Carroccio è squassato di contrasti così forti che ne pregiudicano la sopravvivenza, a mio giudizio.

La Lega è il partito più vecchio della scena politica: Pd, Pdl e Udc sono tutti nati dopo. Esce da una serie di successi elettorali culminati nella conquista di due governatori di regione. E’ quello che nel centrodestra cavalca con maggiore forza l’anti-politica e la lotta alla Casta, perciò dovrebbe essere sulla cresta dell’onda. E’ anche l’unico partito che fin dall’inizio ha scelto di stare all’opposizione del governo Monti, e dovrebbe pertanto calamitare il dissenso verso l’operato dell’esecutivo: nelle fasi acute di crisi, come dimostra il voto in tutta Europa, le minoranze conquistano fette crescenti di elettorato.

Il Carroccio avrebbe le carte in regola per consolidarsi. Invece è preda dei litigi interni. Ho raccontato sul Giornale la “Maroni night” di mercoledì sera a Varese: una pace soltanto apparente tra Bossi e Maroni, conclusa da Bobo e amici “barbari sognanti” in un ristorante a intonare cori volgari contro i compagni di partito, in particolare Rosi Mauro e Marco Reguzzoni (questo il link al video pubblicato dal quotidiano on-line Lettera43).

Il Senatùr è stato furbo a rubare parte della scena all’ex ministro dell’Interno, ma ha dovuto ascoltare una raffica di pesantissime critiche all’operato suo e del “cerchio magico”. E’ la prima volta: finora l’unanimismo leghista aveva sempre coperto ogni dissidio interno, in nome del principio che i panni sporchi si lavano in casa. Tutto era scaricato sui giornali che volevano spaccare il monolite dalla durezza adamantina.

A Varese la spaccatura è diventata di pubblico dominio, e per la Lega è una svolta. I sorrisi e le strette di mano tra Bossi e Maroni hanno funzionato solo per fotografi e telecamere. Le schermaglie e le accuse interne sono subito ripartite. Il Senatùr vorrebbe sostituire Reguzzoni come capogruppo alla Camera, inviso a Maroni. Reguzzoni è l’artefice della mozione di sfiducia individuale contro Passera: mozione che sarebbe stata presentata falsificando la firma di un deputato maroniano, il romagnolo Gianluca Pini, mentre lo stesso Maroni ha criticato (a ragione, secondo me) una mossa politica destinata al fallimento e a ricompattare la maggioranza attorno a un ministro-chiave del governo. Senza la firma di Pini la mozione decade.

Ora pare che, al posto di Reguzzoni, Bossi non voglia Maroni ma il più malleabile bresciano Daniele Molgora. Una scelta azzardata perché Molgora appare come un leghista “difensore della casta”. Ha un doppio incarico (deputato e presidente della provincia di Brescia) e ha presentato ricorso contro il nuovo regime dei vitalizi ai parlamentari in vigore dal 1° gennaio: esso prevede che i deputati che abbiano fatto due o più legislature possano andare in pensione a 60 anni contro i 51 del precedente sistema che Molgora e altri vorrebbero ripristinare, al contrario del maroniano Stucchi che aveva addirittura chiesto 65 anni come requisito minimo per tutti.

La base del partito, almeno dalle chiacchiere che ho fatto mercoledì sera a Varese in attesa della manifestazione, è sconcertata. I militanti non discutono Bossi, ma non sopportano che il comando sia in mano a quelli del “cerchio magico”, scelti per amicizia, sudditanza o parentela, comunque senza il consenso di un congresso. Sono furibondi per la storia dei rimborsi elettorali investiti in titoli stranieri e non sul territorio. Li preoccupa una Lega che si sta romanizzando, che pensa al potere, ai soldi, alle poltrone, a questionare di leggi e leggine mentre la Padania affoga nella crisi. Ma allo stesso tempo ai militanti non piace che il Carroccio non sia più “una famiglia”, che torni il clima delle epurazioni (da Comino in poi, quanti leader leghisti sono stati cacciati?) e anche la guerriglia tra “barbarisognanti” e “cerchiomagisti” possa fare cadere l’intero edificio.

Per Bossi questa è la prova più difficile che affronta da leader del Carroccio. Domenica, nella manifestazione di Milano, è prevedibile che le fratture interne vengano nascoste sotto il tappeto per concentrarsi sull’obiettivo comune: le critiche a Monti. Da lunedì vedremo se l’Umberto è ancora il vero e unico capo della Lega.

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