Il partito di Mario Monti è già realtà, almeno secondo Enrico Mentana. Da due lunedì al Tg della «7» propone un sondaggio (della società Emg) che non indica più le intenzioni di voto ai singoli partiti, come se ormai fossero entità appartenessero al passato, ma ai raggruppamenti nati assieme al tecnogoverno.

Ieri sera il partito di Monti (Pd+Pdl+Psi+Terzo Polo) raccoglieva il 52,8 %, la sinistra (Idv+Sel+Verdi+Federazione della sinistra) il 19,4, la Lega Nord il 13,1, i «grillini» il 5,7, mentre il restante 9 % si disperde verso altre formazioni che Mentana non indica ma che in larga misura sono di destra. C’è anche un confronto con la rilevazione di sette giorni prima, con Monti che cala, la sinistra che guadagna, la Lega che arranca.

I dati vanno presi con le molle, se non altro perché la metà del campione intervistato non esprime intenzioni di voto: gli astenuti toccano il 32,2 %, gli indecisi sono al 16 e le schede bianche all’1,4 %. Se consideriamo questo 49,6 % come indicatore dell’«antipolitica», la sfiducia sarebbe a livelli mai visti prima. E’ anche vero che molti indecisi si decidono quando il voto è più vicino.

L’elemento più significativo mi sembra comunque l’idea stessa di Mentana: considerare la coalizione che sostiene il governo come un soggetto capace di presentarsi al voto. Il bipolarismo, su cui si sono rette le istituzioni italiane negli ultimi 20 anni, è spazzato via da una “grande coalizione” sul modello del primo governo Merkel, la cancelliera che evidentemente non smette di affascinare la politica italiana. Con una differenza sostanziale, tuttavia: in Germania la «grosse Koalition» nacque dopo il voto per l’impossibilità di formare un governo politico, mentre da noi nascerebbe prima del voto perché la politica è già data per morta.

Dunque, anche il voto al partito di Monti è un voto anti-politica. Perché l’unico modo per tenere assieme Pdl, Pd e Terzo polo nell’intera legislatura (e non per poco più di un anno, come ora) è mettersi nelle mani di un tecnico – lo stesso Monti? Passera? – e procedere alle Camere a colpi di decreti legge e voti di fiducia, come sta facendo il premier attuale senza che il garante della Costituzione, dal Quirinale, abbia a rimproverargli nulla.

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