Sorprendente svolta garantista della Lega Nord. Davide Boni, presidente del consiglio regionale della Lombardia indagato per corruzione, non si dimette, almeno per ora: è il verdetto emesso da Umberto Bossi. «Ti dimetti quando lo dico io»: queste le parole del Senatùr.
Si tratta di una metamorfosi: la Lega è prevalentemente un partito giustizialista. I padani sventolarono il cappio a Montecitorio ai tempi di Mani pulite. Chiedono dimissioni a chi riceva un avviso di garanzia. Non fanno sconti nemmeno agli alleati – circostanza che depone a favore della loro coerenza – come dimostra il recente tentativo di Roberto Maroni di favorire l’arresto di un suo ex collega di governo, il sottosegretario Nicola Cosentino. Il tentativo fallì, aprendo nella Lega una spaccatura profonda e non del tutto sanata.
Ora che sotto inchiesta c’è uno dei loro, i lumbard si ricompattano a sua difesa, abbandonano cappio e manette per abbracciare la tesi del complotto statalista contro l’unica forza politica che osa opporsi al tecnogoverno di Mario Monti. Nemmeno con Marco Milanese, strettissimo collaboratore di quel grande amico del Carroccio che è Giulio Tremonti, furono così coesi. Garantismo a senso unico, il proprio.
Non credo che l’eventuale disegno politico nascosto dietro l’azione dei magistrati sia quello di colpire l’oppositore di Monti. Penso piuttosto che l’avvertimento riguardi le pretese leghiste di piazzare un “padano” come successore di Roberto Formigoni. È l’amministrazione lombarda il bersaglio dei pm, di cui la Lega è parte integrante. Nell’opinione pubblica il messaggio è chiaro: anche la Lega è come gli altri, dunque inadatta a governare.
Con tutto ciò, auguro a Boni di poter dimostrare presto la sua estraneità alle gravi accuse di corruzione che gli vengono rivolte.

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