Umberto Bossi ha lasciato il partito quattro mesi dopo che Silvio Berlusconi ha lasciato il governo. In post precedenti avevo sottolineato il paradosso di un partito – la Lega Nord – che avrebbe dovuto trarre i maggiori vantaggi dall’opposizione al tecnogoverno delle tasse e si trova invece in crescenti difficoltà. Sembra addirittura più in crisi il Carroccio che il Pd/Margherita, il cui ex tesoriere Luigi Lusi (stando alle accuse dei pm) ne ha combinate molte più di Francesco Belsito: più denaro sottratto, più spreco, più sfarzo, più faccia tosta.
Dopo Scajola, Bersani (con Penati) e Rutelli (Lusi), anche Bossi è entrato nella categoria di quelli che gliel’hanno fatta sotto il naso e a loro insaputa. Si è dimesso: gli va reso l’onore delle armi. L’ha fatto rapidamente e a testa alta. Resterà presidente del partito, padre nobile e pilota della successione.
Non c’è che un nome per il dopo-Bossi, date soprattutto le circostanze in cui matura il passaggio di consegne: quello di Roberto Maroni. Il primo, e a lungo l’unico, a criticare il nepotismo a favore di Renzo Trota, lo strapotere del cosiddetto “cerchio magico” e il cedimento progressivo di molti leghisti agli ozi romani. Da ex ministro dell’Interno, avrà forse avuto fonti privilegiate. Da politico sulla breccia ormai da 25 anni, avrà capito che stava avvicinandosi il crepuscolo del patriarca. Fatto sta che la linea maroniana della trasparenza assoluta, quasi forcaiola (le doppie dimissioni di Belsito e Bossi arrivano a indagini aperte e bisognose di molto approfondimento, ben lontane dalla conclusione) potrebbe restituire alla Lega il marchio di partito che non guarda in faccia nessuno. Una carta utile da giocare in campagna elettorale. Ho criticato il Pd per essere stato un oppositore inconsistente ai governi del centrodestra. Per il bene della democrazia non auspico adesso che venga meno, per via giudiziaria, la principale forza di opposizione del governo attuale.

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