Questo terremoto emiliano ci sta facendo conoscere un’Italia che avevamo dimenticato. Un Paese di persone dignitose, di lavoratori instancabili, di gente che preferisce venga ricostruita la fabbrica che gli passa lo stipendio piuttosto che la casa, perché «si può sempre dormire in macchina o in tenda, ma non si può restare senza lavoro». C’è il dolore per le decine di morti e le centinaia di feriti; c’è uno spavento sconosciuto, perché da queste parti erano abituati a fronteggiare alluvioni e grandinate ma non la terra che trema. E ci sono queste migliaia di persone trafitte nell’intimo, perché il terremoto è come un ladro che fruga nei cassetti portandosi via le nostre cose più care. Persone colpite ma non vinte.

Fa uno strano effetto leggere i giornali di questi giorni, pieni di storie, di racconti di gente «vera», di fatiche e sofferenze ma anche di voglia di riscatto. Il terremoto sta rimettendo tutti di fronte alla realtà, che è un po’ più vera, più concreta, sicuramente più drammatica ma più bella di quella che spesso raccontiamo, piena di gossip, scandali, spread (l’elenco ve lo risparmio, sarebbe troppo lungo, e ognuno sa quali voci aggiungere). La realtà ci dice che non la facciamo noi. Che non ne siamo padroni, nemmeno approvando le migliori leggi antisismiche e antinfortunistiche. Che con tutta la nostra voglia di riscatto e di ricominciare, non dobbiamo dimenticare che questa realtà è un «altro da noi». Ci dice ancora altre cose molto semplici: meglio un lavoro che una casa, meglio un lavoro brutto che nessun lavoro, meglio rischiare di morire lavorando che lasciarsi scorrere la vita addosso nell’inedia, meglio un amico pedante e noioso che nessun amico con cui chiacchierare.

E’ strano dover riscoprire queste cose girando per le tendopoli o nei capannoni industriali semidistrutti, fermandosi a chiacchierare sotto gli alberi lungo i canali di irrigazione, davanti ai ruderi di case e casolari, con gente che ha perso i propri beni ma non il senso della propria dignità di persone. Gli anziani, che si umiliano a dormire in auto e in tende dove non esiste intimità e riservatezza, dove il proprio limite è uno spettacolo a volte imbarazzante per tutti, raccontano quanto li aiuta parlare con qualcuno per ritrovare qualche squarcio di significato per quanto è successo. Gli imprenditori, gente orgogliosa e tenace, ti tengono delle mezzore a mostrare le brecce sui muri, esibiscono i video delle telecamere di sicurezza con gli interminabili secondi delle scosse, spiegano nel dettaglio che cosa fabbricavano e cosa non possono più fare, con un groppo in gola perché per ognuno quella fabbrica, quel capannone, quel macchinario, quel gruppo di dipendenti (e tantissimi sono stranieri) rappresentano il più bel lavoro del mondo. Il loro.

Noi giornalisti, abituati a raccontare intrighi, sprechi, scandali, inchieste, proteste e lamenti, siamo stati proiettati in un «mondo reale» di cui non ci interessiamo mai. Aziende di eccellenza, operai marocchini che danno del tu al loro padrone sporco come loro, volontari che si sfiancano per assistere gli sfollati, una colossale mobilitazione di persone che offrono soldi, roulotte, camper, furgoni a gente sconosciuta. C’è un bene sprigionato dalle oscure forze del sottosuolo. Ci vergogniamo un po’ ad ammetterne l’esistenza, ma non possiamo fare a meno di riconoscerlo, anche noi giornalisti.

C’è, in questo tragico frangente del nostro Paese in crisi economica che viene fiaccato dal terremoto «a rate», una provocazione al cambiamento che nessuno deve lasciare correre.

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