Impiegare i detenuti per ricostruire l’Emilia terremotata? Sarà difficile – almeno questa è la mia previsione – che la proposta del guardasigilli Paola Severino venga attuata, ma non è una provocazione inutile. Io sono d’accordo con il ministro. La sua idea ha ragioni economiche: manodopera a costo quasi zero, e di soldi per la ricostruzione non ne girano molti. E ha ragioni sociali: il lavoro per i detenuti è il modo migliore per recuperarli alla società. Fino a prova contraria, la rieducazione e il reinserimento sono un obiettivo della pena carceraria.

Tutte le statistiche sulle recidive fotografano un dato: i detenuti usciti da penitenziari dove hanno potuto lavorare fanno registrare bassissime percentuali di ritorno a delinquere. Il lavoro per un condannato è una medicina miracolosa. Egli incontra qualcuno che gli dà fiducia, percepisce di non aver buttato del tutto la propria vita, ritrova un senso di utilità per sé e anche la propria disgraziata famiglia alla quale viene girata la paga (non eccelsa) guadagnata. Il male compiuto non è l’ultima parola, il che non significa chiedere sconti di pena, ma attribuire alla pena un significato. Sono rarissime le carceri italiane dove ai condannati è data questa opportunità, ed è una grave carenza dello stato. I soldi destinati a nuovi penitenziari dovrebbero essere dirottati a dare lavoro ai detenuti. Andate sul sito della Cooperativa Giotto di Padova e avrete un esempio eccellente di come si può lavorare nelle carceri e di quali risultati si possono ottenere.

Ma la proposta del ministro ha anche ragioni che riguardano tutti noi e che proverò a spiegare. Si dice: una volta li avremmo chiamati “lavori forzati”. E’ vero. Ma quanti di noi “liberi” si alzano al mattino per andare contenti al proprio lavoro “libero”? Chi non si sente “condannato a lavorare”? Quanti sognano una condizione diversa, una prospettiva di impiego più interessante e corrispondente alle proprie aspirazioni, ma immediatamente abbassano il tenore di questi desideri (perché magari non vogliono rinunciare a quel certo stipendio, a quei certi vantaggi, a quel certo grado di carriera) e quindi vivono il lavoro come in una gabbia (o una cella)?

Quante analogie esistono tra lavoro e schiavitù, appena cade un po’ di ipocrisia e perbenismo. Noi liberi che viviamo il nostro lavoro come condanna facciamo la morale a chi, da condannato vero, vorrebbe lavorare con più vigore di noi. E magari neppure ci accorgiamo di quanta fortuna abbiamo nell’avere ancora un posto di lavoro con questa drammatica crisi. Ho letto in questi giorni un libro che consiglio a tutti, intitolato La grandezza dei piccoli (edito da Guerini e Associati, ne ho scritto qui per il Giornale), che racconta la passione per il lavoro che hanno i nostri piccoli e medi imprenditori, la creatività che ne nasce, il patrimonio di forza, di fiducia, di produttività e di reddito che si sprigiona quando il lavoro non è inteso come capestro ma come espressione di sé, del proprio impeto a lasciare un segno, cambiare le cose, migliorare.

Per questo l’idea lanciata dal ministro va presa sul serio: se non altro, perché costringe ognuno a chiedersi davvero quale senso abbia il proprio lavoro, che cosa ci attendiamo da esso, e ad affrontare in modo meno ideologico il grande tema di come recuperare i detenuti alla società. Quante domande vengono alla superficie assieme alle onde sismiche.

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