Grande notizia: Mario Monti prova qualche sentimento. Uno solo, per il momento: il nervosismo. Abituati alla monotonia della sua voce, immutabile quando parla agli squali della finanza come agli sfollati del terremoto, siamo colpiti nel vederlo in videoconferenza stirare la bocca in un’espressione infastidita. È nervoso per avere perduto il sostegno dei poteri forti. Nell’ordine: il Corriere della Sera e Confindustria.
Il Corriere ha ospitato per anni gli articoli del Professore che spiegava alla serva Italia come uscire dalla crisi, mentre adesso preferisce le scudisciate di economisti come Alesina e Giavazzi: Monti aveva tentato di neutralizzarli cooptando uno di loro come consulente del governo, una sorta di «ministri ombra» assieme a Enrico Bondi e Giuliano Amato. Tentativo velleitario, privo di effetti, che già denotava una forte difficoltà.
Confindustria doveva essere il grande alleato per dare la spallata al sistema irriformabile: pensioni, welfare, lavoro, fisco. Un alleato naturale, visto che Monti è il numero uno della Bocconi, la fucina che dovrebbe forgiare il nostro mondo imprenditoriale. In realtà, questa alleanza è tutt’altro che scontata. La Bocconi non forma imprenditori, ma esperti di finanza, e la finanza – non l’economia reale – è l’orizzonte del premier.
Monti è l’uomo della finanza, delle banche, non della produzione, della manifattura, degli scambi reali di beni. Pensare di avere Confindustria a fianco soltanto in virtù di una contiguità lobbistica è stata una grande ingenuità, e il nodo è venuto al pettine. Le imprese hanno visto svanire anche il decreto sviluppo, e ci si chiede che cosa ci stia a fare al governo un ministro allo Sviluppo (e che tra l’altro viene proprio dal mondo bancario).
Ora Monti è l’ennesimo premier della storia d’Italia che tira a campare. La sua prospettiva è arrivare a ottobre, all’apertura del semestre bianco quando le Camere non possono più essere sciolte, e attendere che il prossimo Parlamento – verosimilmente a maggioranza di centrosinistra – lo elegga successore di Napolitano come «presidente di garanzia».
Monti ha fallito. Lo spread è a livelli «berlusconiani». Il Paese è stremato. Le previsioni sul bilancio pubblico sono sballate. La lotta all’evasione una chimera. La Rai non si tocca, al pari dell’assetto istituzionale, del sistema elettorale, del finanziamento ai partiti. Nelle prime settimane a Palazzo Chigi, Monti batteva i pugni sul tavolo, diceva «il premier sono io» e distribuiva tasse, tagli alle pensioni, recessione mettendo in riga ministri e partiti. Ora non lo fa più e il governo è diventato un campo di battaglia dove i ministri litigano un giorno sì e l’altro pure.
Monti è nervoso. Il Paese lo è da tempo.

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