È tutto un paradosso quello che sta succedendo in Sicilia in questi giorni. Il governatore Raffaele Lombardo è invitato dal premier Mario Monti ad andarsene a causa della voragine di debiti accumulati, ma egli reagisce mandando «a morire ammazzato» (che da quelle parti non è sempre un’esclamazione metaforica) chi denuncia i buchi nel bilancio. La maggioranza che lo sostiene (comprendente Pd e Udc) non tiene vergogna nel suo cerchiobottismo: è molto istruttivo osservare gli equilibrismi di Pierferdinando Casini e di Pierluigi Bersani che tentano di scaricare Lombardo senza ammettere di essere corresponsabili del disastro.
La magistratura di Palermo si occupa di intercettare (illegittimamente) il capo dello stato Giorgio Napolitano e inventare teoremi contro Silvio Berlusconi e qualche amico suo, ma non muove un dito per cercare irregolarità nell’operato di amministratori pubblici locali che hanno sperperato il denaro di tutti, non solo dei siciliani: non dimentichiamo infatti che la Sicilia, come regione speciale, trattiene quasi tutto il gettito fiscale, ma a differenza di altre realtà che quel denaro se lo fanno bastare e avanzare (come il Trentino Alto Adige) chiede continuamente soldi a Roma per ripianare i crescenti ammanchi nel bilancio.
Altri magistrati, invece, indagano senza sosta gli amministratori della regione più efficiente d’Italia, la Lombardia, per ipotesi che non hanno ancora trovato riscontri. Noi invece vogliamo un lombardo anche in Sicilia, ma un lombardo vero, non di nome (o cognome).

Ps. Il blog va qualche giorno in vacanza: fino a giovedì 26 accompagno un gruppo di lettori del Giornale in un viaggio tra Olanda e Belgio, compresa la «matrigna» Bruxelles, e dall’estero gli aggiornamenti dei commenti potranno subire qualche ritardo. Conto sulla vostra comprensione.

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