«Caro primo ministro…»: cominciava così, con questo tono confidenziale, la lettera che giusto un anno fa, il 5 agosto 2011, segnò una svolta per i destini dell’Italia. Era firmata a due mani da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, presidente in scadenza e «in pectore» della Banca centrale europea (il passaggio di consegne sarebbe avvenuto il 19 ottobre a Francoforte). La lettera conteneva i diktat-capestro imposti dal Consiglio direttivo Bce al nostro premier ed è stata usata per appiccare il fuoco al rogo purificatore del ventennio (scarso) berlusconiano.

La missiva restò riservata – nel testo integrale, non nei contenuti – fino a fine settembre, quando la pubblicazione sul Corriere della Sera (quotidiano che si fregiava dell’autorevole collaborazione del professor Mario Monti) servì come strumento di pressione sul Cavaliere, colpevole di aver disatteso il decalogo. Ripercorriamolo.

La Bce riteneva «necessaria un’azione pressante delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori» e altrettanto necessario «che l’Italia rafforzasse con urgenza la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali». Le misure (già pesanti) approvate dal governo Berlusconi a luglio erano giudicate «passi importanti, ma non sufficienti». Che cosa dunque «suggeriva» Francoforte?

1. «Misure significative per accrescere il potenziale di crescita», in particolare «aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro», «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali», «privatizzazioni su larga scala». Inoltre «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa e rendendo questi accordi più rilevanti» rispetto ai contratti nazionali, oltre a «una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi».

2. «Misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche». Tre richieste. Prima: «Ulteriori misure di correzione del bilancio, principalmente attraverso tagli di spesa», ulteriori tagli alle pensioni e «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Seconda: «Introdurre una clausola di riduzione automatica del deficit» in base alla quale «qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali». Terza: mettere «sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo». Aggiungevano Trichet e Draghi: «Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che le azioni siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio».

3. «Misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica» per «migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese». «Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali».

Quello che è stato fatto – o non fatto – in questi 12 mesi dai due governi è sotto gli occhi di tutti. Berlusconi ha pagato con le dimissioni. Monti ha sostanzialmente ignorato i diktat di Francoforte, che pure aveva contribuito a ispirare. Crescita, liberalizzazioni dei servizi pubblici, privatizzazioni, qualità dei servizi pubblici, competitività delle imprese, riduzione dei costi e meritocrazia nel pubblico impiego, controllo della spesa locale, efficienza amministrativa: parole estranee all’azione del tecnogoverno, il quale invece ci prende in giro con una spending review che taglia alcune spese autorizzando gli enti locali a compensarle con aumenti di tasse. Attendiamo da Bce e «grande stampa» che trattino il governo Monti come trattarono quello Berlusconi.

C’è comunque una grande lezione da imparare. Da buon professore, Monti pensava che – a scuola come al governo – per prendere un bel voto fosse sufficiente «fare bene i compiti» che quel discolaccio all’ultimo banco di nome S.B. si ostinava a non fare, occupato com’era a sfottere alcune compagne (quelle di nome Angela) e corteggiarne altre. Ebbene, il Paese non è un’università e per risollevarlo non basta prendere tutti 30, e nemmeno parlare fluently l’inglese. Ora il Monti baldanzoso delle prime settimane ha ceduto il posto a un burocrate che manda messaggi trasversali, minacce oscure, avvertimenti preoccupati. A scuola come nella vita, e quindi anche al governo, «essere a posto» non basta. Ci vuole altro. Ci vogliono parole come bene comune, libertà, intrapresa,  sussidiarietà e solidarietà, nella sanità e nell’assistenza, nell’istruzione, nel mercato del lavoro e nell’impresa. Ci vuole un’idea nuova di Italia.

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