Le polemiche politiche di giornata stanno tutte a sinistra, dalle zuffe del Pd sulla leadership al «movimento padronale» di Beppe Grillo. Ma gli elettori del centrodestra (e molti lettori del Giornale) si fanno in realtà un’altra domanda: perché Silvio Berlusconi tace?

Da quando (era luglio) ha annunciato il ritorno in campo, il Cavaliere è quasi sparito dalla scena. Quel proclama ha scatenato polemiche dentro e fuori il partito e per qualche tempo Berlusconi è sembrato tornare al centro dell’attenzione. Nelle ultime settimane si è parlato di lui soprattutto per le pratiche della separazione dalla moglie e per la scivolata mentre faceva jogging. Poi è scoppiato il caso delle intercettazioni di Giorgio Napolitano e il leader del Pdl non è intervenuto tempestivamente a fianco del Quirinale in una questione (i limiti alla divulgazione di atti coperti da segreto, tanto più di telefonate irrilevanti sotto l’aspetto penale) nella quale ci si sarebbe aspettati maggiore reattività. Un’intervista al Foglio ha riportato tranquillità tra l’ex premier e il Colle.

In quei giorni la prudenza del Cavaliere era comprensibile perché il fronte a lui avverso (politico ed editoriale) gli aveva attribuito la paternità del polverone alzato da Panorama, settimanale del gruppo Mondadori. Ma il silenzio prosegue anche sulla legge elettorale, dove è il Pd il partito indeciso e «rallentatore». Il Pdl potrebbe «cavalcare» questi tentennamenti, ma non lo fa.

C’è tuttavia un altro aspetto di fondo. Oggi il padrone della scena è Mario Draghi. Personalità che Berlusconi ha sostenuto nell’ascesa prima in Bankitalia e poi nella Bce. La sua vittoria nel braccio di ferro con la cancelliera Angela Merkel ha placato (momentaneamente?) la speculazione e fatto calare il temutissimo spread. Ora è Francoforte che conduce le danze, non Berlino. A Roma ciò rafforza Mario Monti. Il quale, da politico sempre più abile, ha contestualmente rivelato «affinità» con Forza Italia e di averne «raccomandato» l’ingresso nel Ppe, lui che era commissario europeo designato dal primo esecutivo Berlusconi.

L’ «outing» montiano toglie velleità alla frangia di Pdl che vorrebbe indebolire il governo tecnico. Questo è infatti il nodo da sciogliere: il Pdl andrà in campagna elettorale attaccando o sostenendo i Professori? La linea del partito resta ondivaga. È questa incertezza che danneggia Berlusconi e i suoi, allontanando gli elettori non verso altri schieramenti ma nel limbo dell’astensione.

Sempre più decisioni sul destino dell’Italia vengono prese fuori dai nostri confini. Lo «schema europeista» (con buona pace dei sostenitori di autonomie locali e macro- o euro-regioni) è il contesto di riferimento. La figura del premier assume sempre più i connotati di un negoziatore che, sui diversi tavoli, tratta le condizioni meno sfavorevoli per il Paese. È un mutamento radicale per tutti. La sfida per Berlusconi è interpretare questo cambiamento perché il centrodestra italiano non perda il posto al tavolo delle decisioni.

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