Al lancio veronese della campagna verso le primarie, Matteo Renzi non mi ha convinto. Apprezzo il coraggio di sfidare la macchina da guerra di Pierluigi Bersani, e ce ne vuole. D’accordo, finora i candidati dell’apparato Pd hanno quasi sempre perso le primarie (pensiamo a Genova, Milano, Palermo, in Puglia, la stessa Firenze di Renzi o il ballottaggio di Parma). Ma un conto è scegliere un candidato sindaco, un altro un potenziale premier: credo che lo zoccolo duro del Pd non farà prevalere gli outsider.

Il coraggio però non basta. E non è sufficiente neppure proclamare slogan: rottamiamo il 68, i vecchi a casa, e simili. La chiave di volta della campagna renziana è la contrapposizione generazionale. E’ vero che c’è molta esasperazione, che gli elettori vorrebbero fare un falò della politica degli ultimi anni, ma non è affatto detto che di per sé sia meglio il nuovo dell’usato e il giovane del vecchio: l’esperienza ce lo testimonia abbondantemente. Vedi il caso dei grillini, il disastro che avanza. La questione è aperta.

Ci vorrebbe qualche proposta che concretizzi gli slanci ideali e identitari di Renzi, mutuati dallo stile delle convention Usa. Finora non si è visto né letto nulla che approfondisca le dichiarazioni di principio. Le quali comunque inquadrano chiaramente il “piccolo Obama” nel fronte riformista, quasi più vicino al centrodestra (la sottolineatura del merito, il no alla patrimoniale, il disinteresse per l’articolo 18, il superamento dell’assistenzialismo statale che ha prodotto il Sulcis e l’Alcoa) che alle burocrazie interne del Pd o al massimalismo della Cgil. Di sicuro, se Renzi vincesse alle primarie il Pdl non potrebbe più dire di trovarsi di fronte un pericoloso comunista. Renzi è un politico che fa propria la strategia comunicativa del Cavaliere, che ha arruolato un ex uomo-Mediaset come Giorgio Gori e che punta apertamente a conquistare i delusi di Berlusconi più che i tesserati del proprio partito.

Ma il punto è questo: che partito è il Pd? Com’è possibile che sotto lo stesso tetto convivano strategie e idealità così contrastanti? E come può un riformista come Renzi appoggiare, in caso di sconfitta alle primarie, la linea conservatrice di Bersani che gli viene dettata da Vendola e dalla Fiom, cioè le forze che contribuirono a far cadere due volte Romano Prodi? I riformisti non hanno mai trovato accoglienza nel Pd (chiedere conferma a Walter Veltroni). Il giornale che ne aveva fatto una ragione di vita è stato chiuso. I referenti politici hanno ruoli di secondo piano. I programmi del partito non ne tengono conto. I polli di Renzo nei Promessi sposi si beccavano tra loro prima di finire in padella. E i polli di Renzi?

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