Non si sentiva la mancanza dello spread, il manganello agitato al momento giusto per avvertire i ribelli. E’ tornato a salire, evocato da Mario Monti mentre annunciava a un incredulo Giorgio Napolitano che sta per fare le valigie da Palazzo Chigi. Eppure basta fare una semplice ricerca sul web per verificare che – in quest’anno di governo tecnico – il famigerato spread ha galleggiato mediamente su livelli più alti degli attuali, superando addirittura i 500 punti-base agli inizi di agosto. Ergo, se davvero lo spread fosse l’unica unità di misura della salute di un Paese, il professor Monti avrebbe dovuto tornare in Bocconi almeno quattro mesi fa.

Perché viene agitato questo fantasma? Stamattina leggiamo che le grandi banche d’affari consigliano di vendere i titoli italiani. Paura di Silvio Berlusconi? Sarebbe un tema da approfondire, se qualcuno gli accreditasse reali possibilità di vittoria. Ma sondaggi e osservatori concordano – al momento, perché del doman non v’è certezza – nell’assegnare al Cavaliere redivivo un ruolo da leader di un’opposizione forte, in grado di influire nell’elezione del capo dello stato e forse di sfiorare il pareggio con le sinistre al Senato, non di più.

E allora, che cosa temono i cosiddetti poteri forti, coloro che hanno piazzato Monti al governo? Temono anche Pierluigi Bersani. Hanno paura che ripeta il biennio dell’ultimo Prodi, in perenne balìa dei massimalismi di Fausto Bertinotti, della Cgil, degli ambientalisti (presunti), dei No-Tav, eccetera. Un governo Bersani-Vendola si annuncia quasi una fotocopia, con la stessa incertezza sulle linee di fondo, gli stessi veti, le troppe anime incompatibili da accontentare (che cosa voterebbe Tabacci in tema di unioni gay, o Vendola sui tagli alle regioni?).

E’ vero, ci si aspettava di più dai governi di Berlusconi assieme ai vari Casini, Fini, Bossi, eccetera. I detrattori del Cavaliere usano questo argomento, tra gli altri, per attaccarlo. Ma lo stesso argomento vale anche per una coalizione di centrosinistra come la sta forgiando Bersani. Anche di questa esperienza si conoscono cose fatte (poche) e non fatte (tante). Il segretario Pd, ben consapevole di questa spada di Damocle, tenta di accreditarsi presso i governi europei come un leader affidabile, che proseguirà la linea del rigore (leggi: patrimoniale) garantita da una maggioranza politica, non tecnica. Vorrebbe fare lui il Monti-bis, al punto da aver offerto al premier in uscita un ruolo “adeguato”.

Ma gli sponsor di Monti non si fidano nemmeno di Bersani. Ed ecco lo spread nuovamente agitato come una minaccia. Anzi, come si diceva di Fanfani, “rieccolo”. Ecco perché il Professore ora non dice più un secco “no” a un ruolo diretto in campagna elettorale, che anche il presidente Napolitano – forse non richiesto – aveva categoricamente escluso. Nonostante tasse, Imu, esodati, eccetera, Monti rischia di raccogliere i delusi di centrodestra e centrosinistra che non vogliono rassegnarsi all’astensione né consegnarsi a Grillo.

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