Una settimana fa Roberto Maroni esultava per la svolta anti-Monti di Silvio Berlusconi. Su Twitter e Facebook si leggono ancora i suoi messaggi tipo “forza Silvio“. Oggi, accanto all’ennesima svolta del Cavaliere, registriamo anche il contorsionismo maroniano. Che ridà fiato a quanti considerano la Lega un alleato inaffidabile per il Pdl.

La correzione di tiro è dovuta alla durissima reazione della base contro il Cavaliere raccolta e rilanciata da due colonnelli di Maroni molto sensibili agli umori dell’elettorato padano, cioè Matteo Salvini e Flavio Tosi. Il ragionamento è semplice: Berlusconi ha sostenuto per un anno Monti, ora non può venire a Canossa su posizioni ostili al governo tecnico come nulla fosse. In questi 12 mesi il malcontento dei militanti leghisti verso il Cavaliere si è acuito, non attenuato. Non dimentichiamo che Maroni, dal Viminale, fu il primo ad aprire il “fuoco amico” contro l’allora premier.

L’offerta di Berlusconi sancita con la svolta anti-Monti (Maroni governatore lombardo in cambio della rinnovata coalizione con la Lega alle politiche, accordo blindato in un “election day”) conveniva a tutti: la Lega avrebbero coronato il sogno di governare le tre grandi regioni del Nord e il Pdl (grazie al “Porcellum”) poteva conservare una certa presenza parlamentare al Senato per pesare sull’elezione del capo dello stato e sul futuro governo.

Ma il Cavaliere – e forse anche Maroni – aveva fatto i conti senza l’oste padano, cioè l’irriducibile base leghista, quella che non ha guardato in faccia nemmeno Bossi e ora se ne frega di accordi politici e scambi di voti anche se convenienti. Probabile invece che la Lega abbia fatto altri conti, cioè che sia convinta di poter eleggere Maroni in Lombardia anche senza l’appoggio del Pdl. Come Berlusconi ha detto ieri da Vespa, la “rottura” con Monti era anche un messaggio politico alla Lega. Maroni aveva già avallato il patto ma i suoi l’hanno bloccato. Ora il leader del Pdl minaccia di far cadere Zaia in Veneto e Cota in Piemonte se quel patto saltasse. Una complessa partita a scacchi sgradita agli elettori padani, e anche a parte di quelli berlusconiani.

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