Ringrazio tutti per gli auguri di Natale, soprattutto perché non sono formali. Nelle difficoltà rimane la sostanza, e avverto nella vostra partecipazione il riflesso di ciò che per voi conta davvero.
Non mi soffermo sull’Agenda Monti. Non è questione di mischiare sacro e profano: il più autorevole «mescolatore» è Dio stesso che non ha tenuto le distanze dalle miserie umane. Avremo due mesi per discuterne; per ora vi invito a leggere il manifesto del premier dimissionario.
Preferisco pensare ad Asia Bibi, la madre di cinque figli incarcerata dal regime pakistano nel 2009 e condannata all’impiccagione per false accuse di blasfemia. Sono tornati a casa i marò, Benedetto XVI ha graziato il «corvo» di Vatileaks, il direttore del Giornale ha avuto commutata la pena dal presidente Napolitano. È un Natale di «grazie». Che lo sia anche per questa donna per la quale l’Occidente non trova il tempo di spendersi.
Vi segnalo anche la provocatoria riflessione di don Julián Carrón pubblicata domenica 23 dal Corriere della Sera sulla «forza rigenerante dell’attesa» (qui trovate il link). Mi ha fatto ripensare a un episodio di qualche anno fa: chiacchieravo con un collega di un’agenzia di stampa aspettando qualche politico in ritardo cronico; io ero infastidito, lui serafico. «Almeno metà del mio lavoro è aspettare qualcuno o che accada qualcosa», mi spiegò: e fu come se avesse spalancato le finestre di casa. Carrón cita l’immenso Cesare Pavese: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Anche il nostro dibattere su un blog esprime l’attesa che qualcosa cambi in questo nostro Paese, un’attesa che non si ferma davanti a promesse non fatte o non mantenute.
Perché attendiamo? Rilancio questa domanda, assieme agli auguri di cuore a tutti i lettori di «Gente del Nord».

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