Lo scandalo Montepaschi sta facendo precipitare il Pd nei sondaggi. Una parte dell’elettorato lascia Bersani a favore di Grillo, mentre una quota di astensionisti delusi dal centrodestra si riavvicina al Pdl. La seriosa macchina da guerra democratica è in crisi e Bersani si sta impegnando a fondo, e con successo, per perdere un consenso che sembrava consolidato.

Al momento, comunque, lo scenario più probabile rimane che Pd-Sel non riescano ad avere la maggioranza  al Senato, dove l’odiato Porcellum regala premi su base regionale. A Palazzo Madama le proiezioni assegnano a Bersani tra i 140 e i 145 seggi su una maggioranza di 158, a Pdl-Lega 120-125, una trentina scarsa a Monti, il resto a Grillo e minori. Stavolta dai senatori a vita non arriverebbe a Pd-Sel la stampella offerta a Prodi nel 2006.

La domanda – come si dice – sorge spontanea: che faranno i leader se nessuna coalizione avrà la maggioranza nei due rami del Parlamento? Mi ero ripromesso di porre interrogativi di programma e non di alchimie, e in questo caso i numeri sono sostanza. L’orientamento dei leader in caso di stallo può influenzare, e parecchio, il consenso di molti elettori incerti. Sono consapevole che prima del voto nessuno vorrebbe parlare di alleanze post-elettorali perché è sicuro di vincere e di poter fare da sé. Tuttavia se si va verso lo scenario descritto, un minimo di indicazione va dato.

Il più scontato è l’accordo Bersani-Monti. Ma sta perdendo quota: primo, perché di questo passo potrebbe anche non avere i numeri o avere un margine troppo risicato; secondo, perché a sinistra già si parla di tornare al voto dopo pochi mesi, come in Grecia. Il che spiegherebbe anche il passo indietro di tanti personaggi (Passera, Riccardi, Renzi, Montezemolo o gente come D’Alema e Rutelli) che probabilmente scommettono su una legislatura-lampo. Monti oscilla tra un patto con il Pd senza Vendola e un’intesa con il Pdl senza Berlusconi. Il Cav non si pronuncia. C’è poi l’incognita del nuovo inquilino del Quirinale, cui spetta pilotare la fase post-elettorale.

Il mio personalissimo parere è che i due partiti maggiori, Pd e Pdl, dovrebbero prendere il coraggio a due mani e assumere assieme il compito di una legislatura costituente. Senza estreme e senza centristi, secondo il modello della Grande coalizione tedesca: il premier è il leader del partito più votato e si vara insieme un programma di riforme condivise. Sarebbe un governo politico, non tecnico, frutto delle urne e di una precisa scelta dei leader, non un “inciucio” o un’operazione di emergenza come quella che ha catapultato Monti prima a Palazzo Madama a vita e poi a Palazzo Chigi (a termine). Andare a votare in autunno significa altri otto mesi di campagna elettorale, con Monti e i tecnici a sbrigare gli “affari correnti” perché c’è sempre quel cattivone dello spread in agguato. Un governicchio appeso a pochi voti e perennemente in bilico sarebbe pure peggio.

I leader ci dicano come la pensano. E voi?

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