I «mercati», come genericamente vengono chiamati, non possiedono tessera elettorale. Eppure votano, eccome se lo fanno. E si schierano a senso unico: contro l’Italia. Peggio ancora fanno coloro che si mettono dalla loro parte credendo così di combattere l’avversario politico.

Domenica Silvio Berlusconi ha annunciato il progetto di rimborso Imu, seguito da un’apertura al condono tributario. Lunedì la Borsa ha chiuso con un -4,5 %. Quel giorno hanno ceduto terreno le Borse di mezzo mondo. Gli indici italiani avevano chiuso la settimana ai massimi da oltre un anno – gennaio è stato galvanizzato dall’accordo sul cosiddetto “fiscal cliff” Usa – ed era facile prevedere vendite per realizzare, soprattutto perché le performance non sono accompagnate da una ripresa dell’economia reale. Regnano inoltre le incertezze del caso Montepaschi. Eppure per la stampa finanziaria britannica e americana (portavoce dei poteri forti) e per il combinato stampa-politica nostrano avverso al Cavaliere era tutta colpa dei rimborsi Imu.

Polemiche che in realtà nascondono una guerra valutaria ben più pericolosa per l’Italia. E’ uno scontro che ha di mira, di nuovo, l’euro. Il cambio con il dollaro ha superato quota 1,36 e l’apprezzamento riguarda tutte le principali valute mondiali. Euro forte significa maggiori difficoltà a esportare, e quindi ulteriore allontanamento della ripresa produttiva.

Perché l’euro si rivaluta? E’ soltanto colpa della speculazione che si abbatte sulle incerte prospettive dell’eurozona? No. Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone affrontano la crisi stampando moneta con cui ricomprarsi i debiti: liquidità che finisce nei mercati finanziari (che crescono) e non nell’economia reale (che ristagna). Il debito del Giappone è pari al 220 % del Pil (noi siamo sopra il 120); la Federal Reserve ha sfondato il tetto dei 14.400 miliardi di dollari. Nuovo debito, nuova liquidità, nuova inflazione, ma anche maggiore competitività per le rispettive merci. I grandi Paesi affrontano la crisi svalutando, come l’Italietta ante-2002.

L’Europa a trazione tedesca è tetragona. Impedisce alla Bce di stampare euro per non produrre inflazione. Pensa di ridurre il debito con la crescita che non c’è (e sarebbe impossibile in queste condizioni): così il rigore alimenta una spirale depressiva. Tanto, chi paga il conto? Non certo la Germania dall’economia forte, ma i più deboli, i creativi, gli esportatori, coloro che devono attirare turisti e capitali stranieri, e che devono comprare – a caro prezzo – le materie prime e l’energia di cui – anche per colpa di referendum sciagurati, quelli sì populisti e anti-italiani – sono privi. L’Italia è penalizzata due volte: dalla spregiudicatezza dei Grandi e dall’inflessibilità tedesca.

Occorrerebbe un accordo tra Grandi, ma il G8 e il G20 sono inerti. Occorrerebbe un’Europa più realista. E politici capaci di battere i pugni sui tavoli che contano.

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