Sì alle politiche (intese come azioni di governo), uno stop alla politica (cioè alla sottolineatura delle identità di partito). E’ su questa base, presa a prestito da Beniamino Andreatta, che Enrico Letta tenta la strada stretta del governo di larghe intese. Per un governo che tiene assieme due partiti che si contrappongono da vent’anni più un soggetto nato da poco e ancora gracilino, l’unico modo per tirare avanti è puntare sulle cose da fare (sarebbe meglio su quelle già fatte, che sono ancora pochine a 15 giorni dalla fiducia). Sulle politiche, per dirla con Letta.

Nell’abbazia di Spineto il premier ha minacciato le dimissioni se il Pdl non avesse messo la retromarcia dopo la manifestazione di Brescia alla quale hanno preso parte Angelino Alfano e altri membri del governo. Si è giunti a un compromesso: museruola ai ministri con giornali e tv per un mese (fino ai ballottaggi delle amministrative) su temi estranei alle rispettive competenze di governo. Sabato sera la reazione di Letta non era stata veemente come le parole scambiate sul pulmino che ha portato in clausura lui e Alfano (scortati rispettivamente da Dario Franceschini e Maurizio Lupi) e ripetute nel primo vertice conventuale. Dev’essersi fatta sentire la voce dal Quirinale, che oltre al governo sovrintende anche ai travagli del Pd, visto il favore con cui dal Colle si guarda a Guglielmo Epifani, sostenitore del governo delle larghe intese.

Questo è un governo politico, non tecnico, ed è impensabile vietare a un ministro di partecipare a manifestazioni di partito, a maggior ragione in campagna elettorale: a Brescia si vota il nuovo sindaco tra 15 giorni. Lo stesso Letta è intervenuto all’assemblea del Pd che ha insediato Epifani. D’altra parte, non passa giorno che da sinistra si levino voci insofferenti verso il Pdl: da Veltroni agli editorialisti di Repubblica e Unità, è tutto un sottolineare la superiorità del Pd e dell’intellighenzia rossa rispetto a un partito (il Pdl) che rimane impresentabile. Difficile avviare una fase di pacificazione, o quantomeno una tregua, se non si depongono le armi da entrambe le parti.

Il Pd dovrebbe anche capire che così facendo regala al centrodestra spazi maggiori di quelli occupati in Parlamento: oggi appare proprio Berlusconi l’azionista di maggioranza del governo, quello che lo sostiene con maggiore convinzione e che detta l’agenda (vedi Imu e tasse sulla casa), nonostante che nelle Camere sia il Pd a prevalere. Se i democratici si dedicassero non solo a reclamare la loro presunta superiorità ma un po’ anche alle politiche, cioè ad aiutare il Paese a uscire dalla crisi, darebbero una mano anche a se stessi oltre che a Enrico Letta. Che è uno di loro.

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