“Parigi val bene una messa”, disse Enrico IV che si convertì al cattolicesimo per ottenere il trono di Francia. Ebbene, l’Imu val bene le larghe intese? Lo pongo ai lettori del blog come interrogativo per conoscere la loro opinione sul tema che – guai giudiziari del Cavaliere a parte – ci accompagnerà fino alla fine del mese. E che potrebbe anche fare cadere il governo Letta.

L’abolizione dell’Imu sulla prima casa è stato l’argomento con il quale il Pdl ha sfiorato una clamorosa rimonta elettorale. La profonda revisione della tassa più odiata dagli italiani è uno dei pilastri sul quale regge l’esecutivo delle larghe intese: una prima conferma si è avuta con il rinvio della rata estiva. Attenzione: rinvio, non cancellazione. Il governo (cioè il ministro Saccomanni d’accordo con il premier) ha presentato un ventaglio di proposte di riforma, nessuna delle quali tuttavia accoglie in pieno la pregiudiziale del Pdl: via l’Imu dalla prima casa. E nel centrodestra cresce il malumore.

L’Imu sulla prima casa vale lo 0,06 per cento del Pil. Un miliardo di euro. E’ una grave perdita per il bilancio dello stato? No, anche se naturalmente ogni euro serve per tenere i conti in ordine. E’ invece una questione politica, una somma misera ma simbolica su cui si sviluppa un braccio di ferro tra Pd e Pdl che il governo deve dirimere con una proposta di mediazione soddisfacente per entrambi.

Che cosa provocherebbe la caduta del governo, provocata da una rottura sull’Imu (o su altri temi)? E’ molto semplice, e lo sintetizza con efficacia l’ufficio studi degli artigiani di Mestre: 7 miliardi di tasse in più da pagare. Imu: il 16 settembre si dovrebbe versare la prima rata (quella rinviata a giugno) e a dicembre il saldo. Iva: dal 1° ottobre, senza riforma, andrà in vigore l’aumento dell’aliquota ordinaria dal 21 al 22 per cento. Tares (nuova tassa comunale sui rifiuti): anch’essa scatterebbe, dopo il rinvio in primavera. Queste sono conseguenze certe. Poi si discute sul mancato aggancio alla prevista ripresa autunnale.

Ma c’è un altro aspetto, più preoccupante di altri: la spesa pubblica continua a salire nonostante i tagli. Negli ultimi anni tutte le manovre hanno sforbiciato i trasferimenti a ministeri ed enti locali. Per anni si è combattuto sull’alternativa tra “tagli lineari” e “tagli selettivi”. Si susseguono le spending review: dalla mannaia grezza di Tremonti al bisturi dei tecnici Monti e Saccomanni. Ebbene, anche nel 2013 aumentano i costi di funzionamento delle pubbliche amministrazioni, come ha scritto il Sole24Ore di qualche giorno fa (allego il link dell’articolo sul sito di Fare per fermare il declino). Guarda caso, c’è un’unica eccezione: le province. Gli enti più risparmiosi che presto saranno immolati sull’altare dei tagli. Quali le colpe? Due principalmente: un’impennata del 35 per cento dei consumi intermedi (cioè le spese di funzionamento come affitti, utenze, computer eccetera) e le mancate razionalizzazioni tra enti. Il che spaventa al pensiero di come verranno “razionalizzate” le competenze ora in carico alle province. C’è inoltre da riflettere sul fatto che non bastano i tagli centrali se non viene responsabilizzato tutto il moloch della burocrazia nostrana.

Preferirei pagare l’Imu e sapere che i sacrifici di questi anni non finiranno nella spazzatura di una pubblica amministrazione fuori controllo, piuttosto che risparmiare alcune centinaia di euro all’anno mentre il buco nel bilancio pubblico (per non parlare del debito in continuo aumento) continua ad allargarsi senza speranze di correzione. Il governo deve chiudere in fretta la pratica Imu e gettarsi con vero coraggio sugli sprechi della pubblica amministrazione.

E voi, lettori ferragostani del blog, che cosa ne pensate?

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