Chi segue questo blog sa che vedo con favore le larghe intese. Ne parlai in tempi – come s’usa dire – “non sospetti”: era il novembre 2010 (questo il link del mio post che fu sommerso di critiche bipartisan). Un governo politico, non guidato da un tecnocrate come Mario Monti (che arrivò esattamente un anno dopo, novembre 2011), in cui i due principali partiti si prendessero la responsabilità di guidare il Paese nell’emergenza, per un tempo limitato ma adeguato. Già tre anni fa si poteva intuire come sarebbero andate le cose. E nel 2010 poteva essere Silvio Berlusconi, non un pd sia pure riformista come Enrico Letta, a gestire quella fase.

Ora sembra che questa stagione sia giunta al termine. Anche se Letta avesse la fiducia mercoledì, difficilmente andrà oltre febbraio. Lo scontro tra la sinistra e Berlusconi è a un livello che impedisce ulteriore collaborazione. Il Cavaliere ha accelerato la crisi; gli hanno rimproverato di pensare soltanto a sé e al suo elettorato, non al bene del Paese. Ma nemmeno il Pd pensa al bene comune perché il problema dei suoi dirigenti è “non passare alla storia come i capi della sinistra che hanno salvato Berlusconi, la nostra gente non capirebbe”. Qui nessuno è senza peccato, nessuno è titolato a scagliare pietre.

Bene comune. Responsabilità. Che fine hanno fatto queste parole? Venerdì mattina alla Bocconi (questo il resoconto che ho scritto per il Giornale) Giorgio Napolitano ha ricordato i tempi in cui gli scontri tra partiti non arrivavano a toccare il rispetto personale e istituzionale. Ha parlato del vecchio Pci, ed è inevitabile paragonarlo al nuovo Pd. Perché il Pd non ha concesso l'”onore delle armi” al capo del partito con cui è alleato al governo? Berlusconi uscirà presto dal Parlamento: tra 15 giorni scatta la privazione della libertà personale per un anno (domiciliari o servizi sociali, si vedrà) ed entro qualche altra settimana la Corte d’appello di Milano definirà l’interdizione dai pubblici uffici. Perché drammatizzare l’inevitabile corso delle cose? Perché uno come Luciano Violante, che ragionevolmente proponeva ai compagni di pazientare un po’, è stato preso a secchiate d’acqua come un collaborazionista, un traditore?

Nei prossimi giorni si vedrà come evolve la crisi, se il Pd farà ancora prevalere gli interessi interni (congresso, leadership, rapporti di forza) e se il Pdl resterà unito attorno a Berlusconi. Si parla di cambiare la legge elettorale: purtroppo la verità è che il vituperato “porcellum” fa comodo a tutti, compreso Grillo che non ha mai fatto nulla per cambiarlo e anzi vuole andare a votare subito con questo sistema (come Berlusconi). Fa comodo per due motivi: primo, regala il 55 per cento dei seggi a chi ottiene il 30-35 per cento dei voti; secondo, lascia ai capi-partito la compilazione delle liste e dunque perpetua il rapporto feudatario tra i leader e gli eletti. Se si votasse a febbraio, paradossalmente andremmo alle urne con una legge elettorale appena dichiarata incostituzionale: il verdetto (annunciato) della Consulta è atteso per dicembre. Un intreccio infernale in cui si afferma il partito trasversale della crisi.

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