Non è la prima volta che in questo blog di parla della necessità di un’amnistia. Tempo fa avevo proposto il paragone con quella di Togliatti che – nel bene e nel male – chiuse nel 1946 un’epoca bisognosa di pacificazione. Ravvisavo analogie con la situazione odierna. Ora sulla questione il capo dello stato – uno che conosceva bene Togliatti – è intervenuto con un messaggio alle Camere secondo l’articolo 87 della Costituzione, il pronunciamento più solenne del presidente della Repubblica, uno strumento che nei suoi sette anni e mezzo Giorgio Napolitano non aveva mai utilizzato.
Le carceri sono un girone infernale le cui chiavi non sono in mano a Lucifero ma alla magistratura. Pochi dati: detenuti in attesa di giudizio: 43 per cento. Processi che si concludono con assoluzione: 21 per cento. Processi che si concludono con l’estinzione del reato: 20 per cento. Secondo la Costituzione, «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Le carceri italiane sono sovraffollate e la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato più volte l’Italia a cospicui risarcimenti per casi di malagiustizia. Scrive Napolitano che, se rifiuta ancora di intervenire, il Parlamento si rende corresponsabile di un delitto. Lo Stato non può punire l’illegalità situandosi oltre i confini della legalità. Amnistia e indulto sono preliminari a una riforma complessiva della carcerazione e della giustizia.

La giustizia è un tema assente dall’agenda del governo Letta. Il premier non può più chiudere gli occhi, se intende andare avanti fino al 2015. Prepari la strada al lavoro del Parlamento con la sua maggioranza, nuova o vecchia che sia. I grillini si scagliano contro Napolitano, dicono che lo fa per salvare Silvio Berlusconi, il presidente ribatte che se ne fregano del Paese e della dignità umana. Sono d’accordo.

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