È uno spettacolo già visto, un «classico» che viene rispolverato alla bisogna, buono per tante stagioni della politica. Si muove qualcosa nel centrodestra, si articola un dibattito, ci si confronta, magari ci si divide? Ecco che arriva la pagella. Buoni e cattivi, responsabili e irresponsabili, perbene e impresentabili. E chi emette i voti, chi si impanca a maestro di bon ton politico? Ovviamente i guru della sinistra, gli intellettuali à la page, i proprietari dei salotti buoni, i grandi giornali e i loro editorialisti.

C’è destra e destra, si pensa e si scrive. E c’è rimpianto per la destra che poteva essere e non è stata, ovviamente a causa di Silvio Berlusconi. C’è una destra che piace enormemente a sinistra, per cui la sinistra fa il tifo. I maestri del pensiero dominante, appena possono, ne tessono le lodi. Una destra che viene definita con un’infinità di aggettivi splendenti e lucidati come gli ottoni della nonna: moderna, europea, politicamente corretta, responsabile, perbene, non populista, non xenofoba, costituzionale.

In questi giorni sta andando in scena l’ennesima rappresentazione di questa pièce sempreverde. Qualche esempio? Mario Monti non esclude un’alleanza con il Pdl: «Ma deve trattarsi di un Pdl diverso da quello visto fin qui, depurato da certe personalità e certi meccanismi». Neppure Enrico Letta, capo di un governo di larghe intese, perde l’occasione di spaccare con la scure il ceppo avversario. «Le prossime elezioni europee – ha detto al termine del vertice di Bruxelles – saranno un bel confronto fra chi vuole un’Europa dei popoli, noi, e chi una dei populismo. Il Ppe è pienamente nella prima logica».  È lo stesso Letta che non molti giorni fa auspicava una svolta populista del suo partito, il Pd, che dovrebbe imparare a «parlare alla pancia» dei suoi elettori, e «non soltanto alla testa o al cuore».

Prendiamo Gianfranco Fini, che ha appena pubblicato un libro scritto in questi mesi di pensionamento forzato. Trombato dalle urne, ignorato dagli elettori, ha invece trovato larga accoglienza sulle pagine del Corriere e di Repubblica che raccolgono i suoi sfoghi personalistici sugli ex colonnelli di An e i vecchi colleghi di partito. Oppure la conversione di Repubblica al verbo di Roberto Formigoni. Quand’era governatore della Lombardia e fu bersagliato dalla magistratura, il quotidiano di Carlo De Benedetti sventagliava ogni giorno raffiche di domande, intercettazioni, verbali, attacchi. Oggi che Formigoni prende le distanze da Berlusconi, egli non è più un governatore da far dimettere, ma un guru anti-Cavaliere. Per non parlare di Michele Santoro che puntella gli ascolti traballanti intervistando signore in passato ricoperte di fango.

Spettacolo vecchio, già visto e per certi versi prevedibile. È il trattamento che Camilla Cederna sull’Espresso riservò al presidente Giovanni Leone, costretto a lasciare il Quirinale. Il quale non faceva parte dei democristiani perbene, al pari di Cossiga e Andreotti, accomunati nel disprezzo. Indro Montanelli era additato come un vecchio fascista finché non lasciò il Giornale, quando improvvisamente diventò un campione di libertà. Per non parlare di Fini, missino, fascista di ritorno, delfino di Almirante, impresentabile come candidato sindaco di Roma quando Silvio Berlusconi lo sdoganò. Invece il «che fai, mi cacci?» del 2010 lo condusse dritto all’incoronazione scodinzolante di Fabio Fazio & Co.
La sinistra è fatta di falchi che piazzano Rosy Bindi all’Antimafia e faranno decadere Berlusconi, ma vorrebbe che a destra volassero soltanto colombe, possibilmente silenziose. La destra che piace alla sinistra è quella che si smarca da Berlusconi, o che lo mette da parte. Come capitò a Mario Monti due anni fa. Monti era un tecnocrate, un bocconiano custode del libero mercato e non dei piani quinquennali. Il suo governo non fece nulla «di sinistra», come possono confermare gli esodati e altri milioni di italiani massacrati di tasse. Eppure la sinistra borghese e gli autonomi che assediarono il Quirinale la sera delle dimissioni del Cav l’hanno salutato come un liberatore, applaudendo sobrietà, serietà, rigore, e il bastone fiscale. La sinistra tifa per una destra fatta a immagine propria, non degli elettori. Sì, c’è una destra che la sinistra ama, una sola: quella che perde.

(articolo pubblicato sul Giornale domenica 26 ottobre)

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