Angelino Alfano perderà la partita contro i falchi del Pdl per una questione di numeri. Non sono i sondaggi che in questi giorni gli attribuiscono meno del 5 per cento, ma l’effetto che la scissione nel Pdl avrebbe in caso di voto.
Alle ultime elezioni, con il Porcellum, la coalizione Pd-Sel ha avuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato. Qui la coalizione Pdl-Lega ha posto un «blocco» grazie al numero di seggi conquistato in alcune grandi regioni, in particolare Lombardia e Sicilia. Senza quei risultati locali anche la maggioranza di Palazzo Madama sarebbe andata alla sinistra, sia pure per una manciata di voti, e oggi saremmo in una situazione totalmente diversa: Bersani premier, Prodi o Marini al Quirinale, Berlusconi chissà dove, eccetera.
Lombardia e Sicilia sono proprio le regioni in cui è più forte Alfano e dove, verosimilmente, in caso di scissione egli potrebbe erodere i maggiori consensi al Pdl. Dunque, se si tornasse a votare con questa legge elettorale, l’«effetto Alfano» si tradurrebbe in un indebolimento del Pdl a fronte di un Pd probabilmente rinvigorito dall’«effetto Renzi» e di un Cinque stelle stabile. I «governisti» del Pdl farebbero soltanto un favore alla sinistra. Con tre grosse realtà elettorali (Pd, Pdl, M5S) sopra il 20 per cento (fatto senza precedenti nella storia repubblicana), oggi non c’è spazio per una quarta forza centrista e «popolare». Magari un domani.
Questi sono i numeri che condannano Alfano. Il 2 ottobre, quando si votò la fiducia, il segretario tentò il colpo del ko: invece che creare gruppi parlamentari autonomi, tenere unito il Pdl sotto la sua leadership. In un mese i «falchi» si sono riorganizzati e ora il più in difficoltà è proprio Alfano. E il Cavaliere ha buon gioco a prevedere per lui la stessa fine di Gianfranco Fini.

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