Berlusconi, Grillo, Renzi, Vendola, Maroni: che cosa hanno in comune questi personaggi oltre a essere i leader dei rispettivi partiti? Nessuno di loro siede in Parlamento. Il Cavaliere è stato appena cacciato, il pregiudicato a cinque stelle (condanna definitiva per omicidio colposo) non può mettervi piede, il rottamatore non si è ancora candidato, gli altri due hanno preferito fare politica territoriale.
Fatto sta che i capi dei cinque maggiori partiti sono extraparlamentari. Gli unici leader con uno scranno alle Camere guidano formazioni minori: Casini, Monti, la Meloni, Alfano. È il paradosso cui giunge il clima anticasta, con la delegittimazione del Parlamento, luogo vietato ad alcuni, snobbato da altri. La rappresentanza più significativa si trova fuori dal luogo indicato dalla Costituzione. E si tratta di politici con grande seguito popolare.
Berlusconi è dunque in buona compagnia e potrà continuare a fare politica al pari degli altri, almeno finché la magistratura italiana non farà scattare l’interdizione. Ma nel voto di ieri non c’entra la magistratura, quanto la politica. E non so quanto sia convenuto a Enrico Letta lavarsi le mani del caso Berlusconi. Ora si sente più libero, dice che il governo è più coeso. Sarà, ma l’esperienza insegna che gli esecutivi che perdono pezzi si espongono a rischi maggiori. E comunque, se davvero i berlusconiani erano una zavorra, ora nemmeno Letta ha più alibi. Alfano ha mostrato il suo quid, adesso tocca al premier. Tasse, riduzione del debito, riforme, misure per la crescita: l’agenda del governo è rimasta la stessa di sette mesi fa.

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