Le grate: nel capannone clandestino cinese andato a fuoco a Prato le grate erano state montate per evitare che i lavoratori fuggissero dalla schiavitù. Sono state la loro condanna a morte. Sfruttamento, povertà, morte. Consiglio la lettura di questo bell’articolo che guarda alla tragedia con compassione ma senza ipocrisie.
Gli immigrati clandestini che conosciamo hanno le facce dei disperati di Lampedusa, ma anche i volti fantasma di migliaia di cinesi arrivati chissà come ma accolti da gruppi organizzati che li riducono in schiavitù. I laboratori tessili di Prato – ma ce ne sono in tutte le periferie d’Italia – sono le loro case, dove vivono in miseria, mangiano, dormono e lavorano, in condizioni igieniche vergognose, senza integrarsi, sottraendosi a ogni possibilità di controllo. A Prato ogni giorno avviene un’ispezione, ma si stima che le tessiture abusive siano 3000, e per censirle tutte occorrerebbero 10 anni. Per capire la vita in quell’angolo di Toscana bisogna leggere “Storia della mia gente”, libro che ha vinto il premio Strega, di Edoardo Nesi.
E poi c’è l’ipocrisia nostra, non solo quella di chi ci governa (e che governa l’economia mondiale), perché abbiamo le favelas dietro casa e preferiamo chiudere gli occhi. Perché, per risparmiare qualche euro, non ci facciamo scrupoli ad acquistare i prodotti dello sfruttamento: lo sappiamo, per costare così poco certi beni sono figli della schiavitù o di nessuna qualità. E più spesso entrambe le cose. Lo sfruttamento fa comodo a tutti.

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