Da pragmatico «prima repubblica» (in questo i comunisti erano simili ai democristiani), Giorgio Napolitano sta prendendo le distanze dal governo di Enrico Letta. La tirata d’orecchie sul decreto Salvaroma è durissima, molto più drastica dei continui richiami che il capo dello Stato riservava a Silvio Berlusconi. Evidentemente anche il Quirinale si è accorto della debolezza di Letta, il suo pupillo che non ha le energie per affrontare questa fase riformista.
Il ragionamento del Colle è più o meno il seguente. Un conto è un governo di emergenza, che unisce le maggiori forze parlamentari nel tentativo di riformare e «pacificare» il Paese in tempi brevi ma in profondità: questo «governo del presidente» veniva tutelato con cura. Ma la svolta impressa dal voto parlamentare su Berlusconi (voluto a tutti i costi dalla strana maggioranza Pd-M5S) e il «ciclone Renzi» hanno scombinato le carte. L’obiettivo della pacificazione è fallito. Ora la maggioranza è diversa, sancita da un passaggio parlamentare voluto dallo stesso Napolitano per marcare il cambiamento.
Una maggioranza che Letta si affanna a definire come «più coesa», «senza alibi». E invece è più pasticciona e fragile di prima. L’assalto alla diligenza della legge di stabilità, con la pioggia di emendamenti di spese che sarebbero stati coperti dalle porcherie del Salvaroma ci ha riportato alla prima repubblica, al pentapartito, facendo rimpiangere perfino uno come Giulio Tremonti (non a caso il ministro più odiato dei governi Berlusconi e all’interno del suo stesso partito) o come Mario Monti.
L’appoggio del Quirinale doveva servire per pacificare, unire e riformare; è invece stato usato per tirare a campare. Lo ritengo un limite (che non mi aspettavo) in primo luogo di Letta, non del modello «larghe intese» che funziona (come vediamo in Germania) se i partiti mettono in campo responsabilità, senso del bene comune e «attributi», il tutto sancito da patti chiari che garantiscono amicizia lunga. Se non cambia marcia, come chiede Renzi, l’esecutivo Letta diventerà l’ennesima occasione perduta.
Le larghe intese dovevano unire i maggiori partiti: è accaduto l’opposto. Dopo neppure un anno di governo, il Pd di Renzi e la Forza Italia di Berlusconi spingono per le elezioni mentre al governo stanno i minoritari del centrosinistra e del centrodestra. E Napolitano cerca di non restare incastrato sotto le figuracce di Letta. In questo clima l’unica riforma possibile sembra quella del sistema elettorale per mandare il Paese al voto il 25 maggio. E dopo il semestre di presidenza Ue, all’inizio del 2015, il presidente si dimetterà. Ne capiremo di più nel discorso del 31 dicembre. Buon anno a tutti.

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